La dolce vita

Cento anni fa nasceva Federico Fellini, una delle figure più rappresentative del cinema d'autore europeo; sessant'anni fa veniva proiettato per la prima volta il suo capolavoro: La dolce vita.
L'opera ha ricevuto nel tempo diverse definizioni, una su tutte quella di "affresco", ad indicare una pellicola che dipinge, fermandolo nel tempo, il contesto socioculturale degli anni Sessanta, anticipandone le tendenze, ancor di più inaugurando quel periodo storico che prende il via proprio dal racconto felliniano.
Roma è la città più rappresentativa di questi anni, in cui l'Italia viveva un periodo di ripresa grazie al boom economico. Siamo nel secondo dopoguerra, nel primo decennio della Repubblica, quando cresce il sentimento di speranza per il futuro e la voglia di godersi la vita e la bellezza di una delle città più belle del mondo. Eppure il film di Fellini, ancor più delle celebri pellicole sulla guerra, come Roma città aperta (1945), o di amara riflessione sulla condizione di povertà causata dal conflitto, come in Ladri di biciclette (1948), lascia lo spettatore con un senso di tristezza e malinconia forse maggiore dei film citati.

Ritratto di Amedeo Modigliani - Jeanne Hébuterne - 1919

Emblema di questi sentimenti è il protagonista, Marcello Rubini, interpretato magistralmente da Marcello Mastroianni, giornalista con il sogno di diventare un romanziere di successo, ma che si occupa di servizi scandalistici scrivendo articoli sui noti personaggi dell'ambiente di Via Veneto, centro della vita mondana di questi anni.
La sua attività professionale lo ha portato ad adottare uno stile di vita dissipato molto simile a quello delle persone di cui scrive, passando con indifferenza da una relazione all'altra, convivendo con Emma, ma allo stesso tempo frequentando la seducente Maddalena. Stanca dei continui tradimenti di Marcello, Emma, una donna emotivamente instabile, tenta di togliersi la vita, con il protagonista che riuscirà a salvarla portandola in ospedale.

Il giorno dopo - Edvard Munch - 1894 circa

Marcello conosce poi Sylvia, interpretata da Anita Ekberg, una celebre attrice americana che è incaricato di seguire durante la sua permanenza nella capitale. La diva è affascinata dalla città eterna, tanto che insieme a Marcello decide di fare il bagno nella Fontana di Trevi, in quella che è probabilmente la scena più famosa della storia del cinema.
Il protagonista sente di essere innamorato e dichiara i propri sentimenti, tuttavia il suo sogno è presto infranto dall'incontro del fidanzato di lei, che prima rimprovera duramente Sylvia e poi affronta Marcello, il tutto dinanzi ai "paparazzi" che immortalano la scena.

Tu sei tutto, Sylvia! Ma lo sai che sei tutto, eh? You are everything... everything! Tu sei la prima donna del primo giorno della Creazione. Sei la madre, la sorella, l'amante, l'amica, l'angelo, il diavolo, la terra, la casa... Ah, ecco cosa sei: la casa!

Sono queste le parole che Marcello dichiara a Sylvia mentre insieme salgono verso la cupola della basilica di San Pietro. Per lui le donne sono la salvezza e allo stesso tempo la dannazione, la sua religione, ma queste emozioni contrastanti lo tengono in costante equilibrio tra la felicità e il dolore, per tale motivo non si impegna mai sul serio, consapevole di non aver trovato l'amore vero.

La danza della vita - Edvard Munch - 1900 circa

Sylvia non è la sola figura femminile ad incarnare un senso religioso; vi sono infatti Maddalena, vera e propria femme fatale, ma anche Paola, una giovanissima ragazza che Marcello incontra in una trattoria sul lungomare. Intento a scrivere a macchina, il giornalista non riesce a trovare la concentrazione necessaria, distratto dal canticchiare di Paola, così comincia ad ascoltare i discorsi della fanciulla, la cui aspirazione è quella di imparare a scrivere a macchina per fare la dattilografa.
Nell'intero film Paola sembra l'unica a comprendere davvero l'animo di Marcello, incominciando con lui un semplice dialogo, che però allo stesso tempo appare come quello più significativo fra i tanti vuoti a cui partecipa il protagonista. Ella è l'unica che riesce a trovare qualcosa di buono in Marcello, divenendo così la rappresentazione della salvezza, definita dallo stesso protagonista come un "angioletto".

L'esistenza di Marcello sembra però essere rapita dall'oscurità e dal dolore nel momento in cui scopre che Enrico Steiner, il suo migliore amico nonché punto di riferimento, si è tolto la vita con un colpo di pistola dopo aver ucciso i suoi due bambini. Steiner, di professione scrittore, era stato l'unico a sostenerlo nel suo tentativo di divenire romanziere, proponendogli un editore affinché potesse lasciare definitivamente la cronaca scandalistica.

Il suicidio - Édouard Manet - 1880 circa

Marcello si abbandona allora a una vita che non gli appartiene, ma che sembra essere per lui l'unica scelta. Si immerge dunque nella più sfrenata mondanità tra serate di perdizione e feste orgiastiche.
Una mattina si ritrova in riva al mare, mentre davanti ai suoi occhi avviene un incredibile ritrovamento, quello di un mostro marino spiaggiato.
Diverse sono le interpretazioni di questo enigmatico episodio conclusivo del film, tra cui quello di un riferimento alla filosofia di Friedrich Nietzsche.

Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te.

Il protagonista guarda infatti a lungo gli occhi dell'animale e sembra immedesimarsi in esso, ritrovando in quello sguardo sé stesso. Eppure all'improvviso, mentre è seduto stancamente sulla sabbia, riconosce una voce che lo chiama. Si tratta di Paola, la quale lo guarda sorridendo cercando di dirgli qualcosa. Sembra felice; probabilmente ha trovato il lavoro che sognava, probabilmente Marcello, senza esserne consapevole, l'ha aiutata nell'inseguire quel sogno. Il rumore delle onde del mare e del vento è però troppo forte, così come sembra incolmabile la distanza che lo separa dalla giovane. In realtà tra loro vi è solamente un piccolo fiumicello che sfocia nel mare, ma ogni tentativo appare inutile. Paola lo prega di rimanere, Marcello viene richiamato dai suoi amici.

Due persone sole - Edvard Munch - 1907 circa

Sembra la fine amara di ogni possibilità di salvezza, l'impossibilità di essere veramente felice per Marcello, che solo nel parlare con Paola nella scena della trattoria era apparso davvero sereno. Ciò che resta sono però gli occhi della ragazza, che proprio alla conclusione della pellicola rivolge lo sguardo in macchina, a noi spettatori, a testimonianza della costante presenza di un'ultima possibilità, forse proprio nel momento più inaspettato, nonostante il vuoto e le sofferenze in cui si può incorrere nella realtà.

Per Marcello, così come per ognuno di noi, esiste almeno una persona in grado di comprendere veramente chi siamo, una persona per cui la nostra vita ha un senso e non è sprecata. Così, sebbene il rammaricato congedo dalla giovane, anche l'esistenza di Marcello continuerà a vivere nello sguardo e nel ricordo di chi veramente è stato in grado di comprendere la sua anima. Oltre ciò che dicono o pensano gli altri, oltre ogni delusione o desiderio non realizzato, esiste davvero uno sguardo simile, bisogna solo saperlo riconoscere e custodirlo come il tesoro più prezioso.


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