Nel corso del secolo breve le principali monarchie europee si trovarono coinvolte in due grandi conflitti mondiali di cui furono tragicamente protagoniste, scegliendo di intervenire per questioni nazionali e politiche, spesso uscendone profondamente indebolite o addirittura vedendo la fine del loro dominio perché trascinate in guerra da quei regimi totalitari e dittatoriali che portarono alla Seconda guerra mondiale e dei quali furono considerate responsabili.
Capaci di resistere ai nazionalismi e alle politiche totalitarie, oppure travolte da essi, le monarchie furono in ogni modo responsabili delle guerre, ponendosi come punto di riferimento per i loro popoli nella resistenza ma anche finendo per essere definitivamente colpevolizzate e condannate dalla storia.
Gli eventi drammatici del Novecento si spiegano dunque bene attraverso il ruolo dei monarchi, superati da un nuovo mondo che guardava alla modernità e al progresso, preoccupati dal divampare della minaccia del comunismo e ingannati dalle dittature di destra.
Sicuramente l'essere insigniti del titolo di rappresentanti di casate secolari non fu mai un compito semplice per alcun sovrano della storia, per di più nel passaggio così radicale tra Ottocento e Novecento, nel tentativo di conciliare rituali antichissimi con la modernità, in anni segnati dai disordini e dalle ribellioni sociali.
Nel corso della Prima guerra mondiale le monarchie, legate da forti legami di parentela, si erano trovate divise al fronte, sino quando la rivoluzione socialista in Russia prima e la sconfitta austro-tedesca poi decretarono la fine dell'impero di Nicola II Romanov, morto tragicamente con la sua famiglia, e quello del kaiser Guglielmo II, che da lontano osserverà amaramente l'ascesa al potere di Adolf Hitler.
Le monarchie che uscirono rafforzate dal conflitto furono certamente quella inglese, sotto il regno di Giorgio V, quella del democratico Belgio dell'amato Alberto I, ed infine una delle più recenti, ovvero quella sabauda. Bisogna infatti riconoscere il ruolo decisivo di Vittorio Emanuele III che era riuscito, nell'inaspettato cambio di alleanza sancito nel Patto di Londra del 1915, ad entrare in guerra a fianco dell'Intesa, conducendo l'Italia alla vittoria contro gli austriaci, recandosi personalmente al fronte a visitare le truppe e seguendo costantemente l'evolversi della situazione. A seguito del regicidio di suo padre Umberto I, con cui si era aperto in modo nefasto il secolo, il "piccolo re" - ancora celebrato come il "vittorioso" e non come complice del fascismo - aveva in tal modo completato la parabola risorgimentale, gloria eterna della sua dinastia, seguendo l'esempio del nonno Vittorio Emanuele II, il Padre della Patria. A conflitto terminato la corona italiana diventava, dopo quella dei Windsor, la più importante d'Europa, connotata da quello stile semplice e borghese che aveva già caratterizzato i primi anni del secolo, quando la monarchia venne definita addirittura socialista durante il lungo mandato del Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti.
I Savoia, dinastia di militari, guardavano dunque allo stile delle monarchie del Nord, le più solide, che avevano evoluto verso interpretazioni borghesi il proprio ruolo per rafforzare i consensi. Si spiega così il fidanzamento dell'erede al trono Umberto II con la principessa del Belgio Maria José, un'unione favorita dal sodalizio tra i due regni durante la Grande Guerra.
Le minacce per il sovrano d'Italia provenivano tuttavia non tanto dalla fedeltà alla corona del proprio popolo - legato all'istituzione monarchica - bensì dal malcontento dei reduci di guerra e dai crescenti nazionalismi che, fomentati dalle difficoltà economiche e dalle ribellioni sociali, confluirono nella presa del potere di Benito Mussolini nell'ottobre del 1922 con la Marcia su Roma. Convinto della necessità di un potere forte anche per difendere la corona, Vittorio Emanuele diverrà man mano sempre più succube del duce, il cui obiettivo era quello di ridurre progressivamente l'influenza della monarchia; il re, così, nel suo comportamento prudente - convinto del carattere passeggero del fascismo contrapposto nettamente alla secolarità della sua dinastia - finì per essere esautorato del suo stesso ruolo, ricordandosi troppo tardi dei propri poteri quando farà arrestare Mussolini nel 1943. Le proprie colpe ricadranno in tal modo, ingiustamente, sul figlio Umberto, che assisterà impotente alla fine del regno nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946.
Il vento di rivoluzione che soffiò sull'Europa a seguito di Versailles segnò dunque l'Italia del Biennio rosso e del fascismo, ma anche quei paesi, come la Spagna, rimasti neutrali allo scoppio del conflitto. Qui vicende simili a quelle italiane portarono nel 1923 all'ascesa del regime dittatoriale di Miguel Primo de Rivera, sostenuto da Alfonso XIII Borbone, un sovrano moderno e al passo coi tempi che non seppe contrastare però l'avvento della repubblica nel 1931, costretto a lasciare il proprio paese e a recarsi in esilio a Roma, ospite di Vittorio Emanuele. Da qui assisterà impotente alle lotte fratricide del proprio paese, logorato dalla precarietà politica e da una guerra civile che, durata dal 1936 e il 1939, vide fronteggiarsi repubblicani e nazionalisti, preannunciando, con il sostegno di Hitler e Mussolini alle truppe del generale Francisco Franco, l'imminente scoppio della Seconda guerra mondiale.
Crisi diverse, prettamente interne e di successione, segnarono invece le monarchie di Belgio e Gran Bretagna nel corso della metà degli anni Trenta. Nel 1934 venne a mancare improvvisamente, durante un'escursione in montagna, il re Alberto del Belgio, padre della principessa Maria José, al quale successe il figlio con il nome di Leopoldo III, un giovane sovrano che solo un anno più tardi si ritroverà vedovo dopo aver perso l'amata moglie a causa di un incidente stradale. Alla triste situazione familiare si aggiunse la minaccia della Seconda guerra mondiale, che lo coinvolgerà in prima persona quando verrà fatto prigioniero di Hitler dopo l'invasione del Belgio da parte dei tedeschi.
Curioso fu invece il destino di Giorgio VI del Regno Unito, che si ritrovò sul trono quasi per caso dopo la morte di suo padre Giorgio V e l'abdicazione inaspettata del fratello maggiore Edoardo VIII dopo nemmeno un anno di regno. Primogenito dal carattere sicuro e dal portamento elegante, protagonista della dolce vita londinese, Edoardo fu incapace di governare per ragioni sentimentali, in quanto l'ascesa al trono comportava la rinuncia al matrimonio con la donna della sua vita, l'affascinante Wallis Simpson, che era già stata sposata e non aveva discendenza reale. La rinuncia aprì dunque la strada a suo fratello minore, il cui timore nei confronti della severa figura paterna lo avevano reso un uomo insicuro e balbuziente. Per l'Inghilterra questo cambio al vertice sarà una vera e propria benedizione considerate le simpatie naziste di Edoardo e della consorte, nonché il profondo senso democratico di Giorgio VI, capace di unire la nazione attraverso i suoi discorsi radiofonici durante i duri anni di guerra contro i tedeschi.
Quando nel 1938 le truppe tedesche invasero l'Austria, la situazione internazionale si fece alquanto preoccupante. Hitler si recò in visita ufficiale a Roma per incontrare Mussolini, col quale a breve sancirà il Patto d'Acciaio, ricevuto al Quirinale con freddezza da re Vittorio Emanuele. I due dittatori si rivedranno a Monaco a settembre dello stesso anno, quando la minaccia di annessione tedesca della Cecoslovacchia mobilitò Francia e Inghilterra per trovare una soluzione. Mussolini venne scelto come intermediario tra il fuhrer tedesco, il francese Daladier e il britannico Chamberlain. Alla fine dell'incontro fu permesso alla Germania di annettere pacificamente gran parte della Cecoslovacchia; si pensò di aver scongiurato la guerra e Mussolini tornò a Roma festeggiato come eroe della pace, così come Chamberlain a Londra e Daladier a Parigi. A Chamberlain fu persino concesso da Giorgio VI di affacciarsi al suo fianco dal balcone di Buckingham Palace, a testimonianza della politica di conciliazione e pacifista del monarca. In realtà, però, gli accordi di Monaco non servirono che a rimandare il conflitto a meno di un anno, quando nel settembre 1939 Hitler invase la Polonia.
La Seconda guerra mondiale vide nuovamente le principali monarchie europee contrapposte, obbligate a decidere se schierarsi ed intervenire, quali strategie utilizzare, oppure resistere e rimanere neutrali, attraversando in ogni caso uno dei periodi più drammatici dell'età contemporanea. Inevitabilmente il potere di ogni famiglia reale fu coinvolto e messo in discussione, trasformato o addirittura abolito come nel caso della dinastia sabauda in Italia, il cui destino fu sin da subito legato a quello di Mussolini e del suo temibile alleato tedesco.
Una delle sorti peggiori tra i regnanti fu quella di Boris III di Bulgaria, che governava un paese sconfitto nella Grande Guerra e che, per ragioni anche solo territoriali, doveva scegliere se schierarsi con la Germania nazista o la Russia di Stalin. Sposato con la principessa Giovanna di Savoia, quartogenita di Vittorio Emanuele, Boris voleva evitare di trascinare la Bulgaria in un'altra drammatica guerra, insostenibile dal punto di vista economico, tuttavia si ritrovò, non solamente per ragioni familiari, vicino all'Asse Roma-Berlino, dato che Hitler esercitava su di lui forti pressioni affinché decidesse di intervenire. Pur rimanendo neutrale sino al 1941, quando la Germania attaccò la Russia dovette schierarsi, consapevole dei rischi di un mancato intervento, scegliendo l'alleanza con l'Asse, ponendo però come condizione quella di non attaccare militarmente i russi, un popolo a cui la Bulgaria era legata dal passato. Entrava dunque simbolicamente in guerra contro paesi ben più lontani quali Inghilterra e Stati Uniti.
Anche per quanto riguarda la politica di persecuzione razziale Boris cercò di opporsi alle deportazioni ebraiche, suscitando i malumori del dittatore tedesco, il quale, in un tumultuoso incontro nell'estate del 1943, intimò il re di Bulgaria di dichiarare guerra all'Unione Sovietica. Il rifiuto costò caro a Boris, che, non appena tornato nella capitale bulgara di Sofia, accusò un malore improvviso, spegnendosi a soli quarantanove anni, probabilmente per avvelenamento. Nemmeno il sacrificio del suo sovrano consentì alla Bulgaria, poi schieratasi contro la Germania, di conservare l'istituto monarchico, caduto a seguito di un referendum nel 1946, come in Italia.
In conclusione, bisogna sottolineare come le monarchie che ancora oggi governano i propri paesi sono quelle che uscirono vincitrici dal secondo grande sconvolgimento mondiale e che riuscirono a fronteggiare il fuhrer tedesco. È il caso dell'Inghilterra di Giorgio VI, ma anche del più piccolo Belgio, sebbene le accuse a Leopoldo III di essersi difeso dai nazisti autonomamente e senza l'aiuto francese. Il suo arresto per mano tedesca e, soprattutto, l'abdicazione in favore del figlio Baldovino, permise tuttavia alla monarchia di vincere il referendum del 1951, a testimonianza di come una votazione più ragionata e meditata, a distanza di qualche anno dalla conclusione delle ostilità, avrebbe potuto portare ad un esito differente anche nel nostro paese, già fortemente indeciso nel 1946.
Note
Nell'immagine di copertina si vedono nove sovrani d'Europa riuniti a Londra in occasione del funerale di Edoardo VII d'Inghilterra nel 1910.
