Plauto

Tito Maccio Plauto, nato tra il 255 e il 250 a.C., è stato un commediografo romano che godette in vita di un grandissimo successo, divenendo l'autore teatrale che influenzò maggiormente il teatro occidentale.
Sono pochi i dati che gli antichi ci hanno tramandato su di lui; sappiamo però che nacque a Sarsina, cittadina situata nell'Appennino emiliano-romagnolo, al tempo compresa nell'Umbria, mentre oggi provincia di Forlì-Cesena. Cicerone, buon conoscitore del poeta, ci dice che morì nel 184 a.C.
Fu dunque attivo nella Roma della seconda metà del III secolo a.C. e l'inizio del II secolo a.C.
Plauto, così come Terenzio, "traduceva" per la scena latina testi comici greci di autori attivi ad Atene un secolo prima, tra i quali, per esempio, Menandro. In alcuni casi, nel prologo, Plauto ci fa il nome del poeta greco autore dell'originale, fornendoci a volte anche il titolo, ma spesso non abbiamo nessuna delle due informazioni.
Il suo teatro diede origine ad uno dei fenomeni letterari più complessi della civiltà occidentale, cioè la "traduzione artistica". Sino ad allora non si erano infatti mai tradotte opere letterarie in una lingua diversa da quella d'origine.
Già con Terenzio iniziarono le discussioni sul modo più appropriato di tradurre in latino le commedie greche.
Il genere di commedia latina che ha argomento greco, cioè personaggi e ambientazioni, di cui Plauto fu protagonista, è definito palliata.

Anfitrione

Commedia rappresentata intorno al 206 a.C. in cui viene ripreso, a due secoli di distanza, il tema centrale di un'opera di Euripide, Elena, cioè quello del doppio. Elena andò in scena ad Atene nel 412 a.C. ed è considerata un esempio di tragicommedia, in quanto l'argomento tragico è meno rilevante rispetto agli equivoci che vengono narrati. Anche l'Anfitrione è definito tale nel prologo dal dio Mercurio: "farò in modo che sia una commedia con un pizzico di tragico; perché fare una commedia dal principio alla fine d'un lavoro in cui intervengono re e dei, non lo ritengo conveniente. Visto che è uno schiavo a recitare, ne farò, come vi ho detto, una tragicommedia".
Mercurio è infatti travestito da Sosia, nome che mette in risalto il tema del doppio, un servo di Anfitrione. Questo mascheramento è finalizzato ad aiutare il padre Giove nei suoi intrecci amorosi.
Il dio Giove si è trasformato in Anfitrione, mentre costui è occupato in guerra, per possedere sua moglie Alcmena.

"Giove, trasformatosi in Anfitrione mentre costui si trova in guerra coi nemici Teleboi, s'è preso in prestito la moglie di lui, Alcmena. Mercurio assume l'aspetto del servo Sosia, pure lui assente: queste astuzie traggono in inganno Alcmena. Al loro ritorno, Anfitrione e Sosia vengono entrambi mirabilmente giocati. Perciò, liti e baruffa tra marito e moglie, finché Giove, parlando dal cielo fra il fragore dei tuoni, confessa il suo adulterio".

Personaggi

  • Anfitrione: generale tebano
  • Sosia: servo d'Anfitrione
  • Alcmena: moglie d'Anfitrione
  • Giove
  • Mercurio
  • Blefarone
  • Bromia: serva d'Anfitrione

Nel primo atto Sosia arriva al palazzo di Anfitrione, presso Tebe, impaurito dall'ora notturna e dal fatto che la notte sembri più lunga del solito. In effetti Giove l'ha prodigiosamente allungata per avere più tempo per soddisfare il suo desiderio amoroso. Vede inoltre uno sconosciuto alla porta di casa. Si tratta di Mercurio che, fingendosi Sosia, gli impedisce minaccioso di entrare. Riesce inoltre a convincerlo, con l'aiuto dell'astuzia ma anche della violenza, che lui è il vero Sosia ed il povero servo se ne torna confuso e sconsolato da Anfitrione. Si nota già in questa scena la comicità tipica di Plauto, caratterizzata da un'attenta scelta del lessico e da una fantasiosa ricerca di situazioni divertenti.

Mercurio proclama la propria vittoria e anticipa i successivi avvenimenti della narrazione. Ci sarà un litigio tra Anfitrione e la moglie, accusata di adulterio. Ella partorirà due gemelli: uno d'Anfitrione e l'altro di Giove.
L'alter ego di Anfitrione si congeda da Alcmena dicendo che deve tornare alla guida delle sue truppe; finalmente sorge il sole dopo la lunga nottata.

Nel secondo atto Anfitrione si arrabbia con Sosia non capendo quanto cerca di spiegargli, cioè dell'esistenza di un altro Sosia. I due si dirigono a palazzo e si stupiscono della fredda accoglienza di Alcmena, che sostiene di aver salutato il marito poco prima. Anfitrione la accusa di adulterio, ma la donna difende la sua onestà; alla fine il marito se ne va e Sosia viene scacciato via in malo modo da Alcmena.

Il terzo atto si apre con un breve monologo di Giove che confessa di essersi travestito da Anfitrione e di aver causato una lite coniugale nella quale Alcmena non ha alcuna colpa. Aggiunge che fingerà ancora per un po' di essere Anfitrione generando ulteriore scompiglio nella casa, ma di chiarire la faccenda al momento opportuno.
Giove si reca così da Alcmena per scusarsi, mandando Sosia, stupito che i due coniugi si siano già riconciliati, ad invitare a pranzo Blefarone, il pilota della nave.
In un monologo Mercurio si vanta dell'intrigo teso ai mortali; il suo discorso ha anche una funzione chiarificatrice per i vari intrecci della trama.
Al suo ritorno a palazzo, Anfitrione è malamente accolto da Mercurio nelle sembianze di Sosia, il quale finge di non riconoscerlo.

Nel quarto atto vi è una parte andata perduta in cui probabilmente il vero e il falso Anfitrione si incontrano, e Blefarone, chiamato come arbitro, non riesce a distinguerli. Quando riprende il testo troviamo un Anfitrione più che mai esasperato, mentre Blefarone si congeda.

Nel quinto atto Alcmena sta per partorire, mentre Anfitrione, che sta rientrando a casa, viene colpito da un fulmine che lo fa svenire. A trovarlo è Bromia, una sua serva, che una volta rinvenuto gli racconta che la moglie ha dato alla luce due gemelli. È accaduto anche un fatto prodigioso: uno dei due bambini ha subito mostrato la sua forza strozzando due serpenti che erano scesi dal soffitto nella sua culla; è questi il figlio di Giove il quale scende dal cielo deus ex machina a spiegare l'intricata vicenda, dicendo che suo figlio (Ercole) avrà gloria immortale con le sue gesta e chiedendo ad Anfitrione di restituire alla moglie l'antico affetto.