Kahlil Gibran

L'amore non dà nulla fuorché se stesso e non attinge che da se stesso. L'amore non possiede né vorrebbe essere posseduto.
Poiché l'amore basta all'amore.


Nato il 6 dicembre 1883 a Bisharri, nel Libano, Kahlil Gibran è stato un poeta, filosofo e pittore, considerato nel mondo arabo un vero e proprio genio della sua epoca. La sua fama si diffuse presto in tutto il mondo per l'eternità delle tematiche affrontate nei suoi componimenti e la sua poesia venne tradotta in più di venti lingue.
Anche i suoi disegni ottennero un notevole successo e furono paragonati da Auguste Rodin alle opere di William Blake.
Negli Stati Uniti, dove visse durante gli ultimi anni della sua esistenza, scrisse il suo capolavoro, Il Profeta, pubblicato nel 1923, che sin da subito divenne un classico del tempo.
Lo stesso autore considerava questo libro una parte di se stesso e la sua massima realizzazione, presente nella sua anima sin da giovane quando si trovava nel proprio paese natale.
Gibran si spense il 10 aprile dell'anno 1931 e, secondo il suo desiderio, venne sepolto in Libano.

Il Profeta

Attraverso il profeta Almustafà, portavoce illuminato, il poeta stesso mette a nudo i propri sentimenti e le proprie emozioni più intime rivolgendosi alla città di Orfalese, che rappresenta tutti noi, nella quale il profeta si presenta come uno straniero. In questo modo riesce ad aprire il proprio cuore, elevandosi a sintesi perfetta tra Oriente e Occidente, toccando in profondità i temi fondamentali che governano l'esistenza umana, trasmettendoci nei suoi insegnamenti veri e propri frammenti d'eternità.
Dinanzi alla gente di Orfalese, che abbandona le proprie occupazioni supplicando il profeta di rimanere con loro, Almustafà pronuncia ventisei discorsi sui temi più importanti dell'esistenza terrena, per poi fare ritorno a bordo di un'imbarcazione nella propria "isola nativa". Il profeta si avvia allora verso una patria differente, alla quale tutti torneremo.

Il Profeta presenta molte analogie strutturali con il libro Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche, Il libanese parla per mezzo di Almustafà, mentre il tedesco grazie al profeta Zarathustra; Zarathustra passa straniero tra gli uomini donando loro la sua saggezza, finché stanco del suo esilio si ritira nella sua "isola felice", così come Almustafà nella sua "isola nativa". Entrambi i profeti affermano inoltre che è necessario che essi vengano dimenticati perché gli uomini ritrovino se stessi; solo quando saranno stati rinnegati potranno infatti fare ritorno.
I due libri presentano però anche differenze importanti. Zarathustra è un superuomo, mentre Almustafà un vero profeta capace di toccare le vie più recondite dell'animo umano. Proprio questo rende immortale l'opera di Gibran, il quale decise di puntare sullo Spirito, sulla sensibilità dell'umano, sulle vie più recondite del cuore. 
Gibran realizzò per Il Profeta anche delle illustrazioni, una delle quali, che doveva essere posta alla conclusione, raffigura la mano creatrice, con un occhio al centro e delle ali intorno; una mano potente, sensibile, che vede toccando e immagina vedendo, capace di dare la vita e governare l'universo intero.
L'immagine diviene la perfetta sintesi del piccolo libercolo, che riesce ad avvicinare il lettore di qualsiasi religione a quel profondo legame infinito che lo lega all'Eterno, a ciò che muove tutto ciò che ha vita da sempre e per sempre, all'Amore.


Allora Almìtra domandò: parlaci dell'Amore.
Ed egli alzò la testa e scrutò il popolo, e su di loro cadde una vasta pace.
E con gran voce disse:
Quando l'amore vi chiama, seguitelo,
anche se ha vie ripide e dure.

E quando dalle ali ne sarete avvolti, abbandonatevi a lui,
anche se, chiusa tra le penne, la lama vi potrà ferire.
E quando vi parla, credete in lui,
anche se la sua voce può disperdervi i sogni come il
vento del nord devasta il giardino.

Poi che, come l'amore v'incorona, così vi crocefigge, e
come vi matura, così vi poterà.
Come sale sulla vostra cima e accarezza i rami che fremono più teneri nel sole,
così discenderà alle vostre radici, e laggiù le scuoterà
dove più forti aderiscono alla terra.
Vi accoglie in sé, covoni di grano.
Vi batte finché non sarete spogli.
Vi staccia per liberarvi dalle reste.
Vi macina per farvi neve.
Vi plasma finché non siate cedevoli alle mani.
E vi consegna al suo sacro fuoco, perché voi siate il pane sacro della mensa di Dio.

In voi tutto ciò compie l'amore, affinché conosciate il
segreto del vostro cuore, e possiate farvi frammenti del cuore della vita.

Ma se la vostra paura non cercherà nell'amore che la pace e il piacere,
allora meglio sarà per voi coprire le vostre nudità e passare oltre l'aia dell'amore,
Nel mondo orfano di climi, dove riderete, ahimè,
non tutto il vostro riso, e piangerete non tutto il vostro pianto.

L'amore non dà nulla fuorché se stesso, e non coglie
nulla se non da se stesso.
L'amore non possiede, né vorrebbe essere posseduto;
poi che l'amore basta all'amore.

Quando amate non dovreste dire, << Ho Dio in cuore >>,
ma piuttosto, << Io sono in cuore a Dio >>.
E non crediate di condurre l'amore, giacché se vi scopre degni, esso vi conduce.

L'amore non vuole che consumarsi.
Ma se amate e bramarete senza scampo, siano questi i vostri desideri:
Sciogliersi, e imitare l'acqua corrente che canta il suo motivo alla notte.
Conoscere la pena di troppa tenerezza.
Piagarsi in comprensione d'amore;
e sanguinare di voluta gioia.
Destarsi all'alba con un cuore alato e ringraziare un nuovo giorno d'amore;
riposare nell'ora del meriggio e meditare l'estasiato amore;

grati, rincasare al vespro;
e addormentarsi pregando per l'amato in cuore,
con un canto di lode sulle labbra.


Allora nuovamente parlò Almìtra, e domandò: Che cos'è il Matrimonio, o Maestro?
Ed egli rispose, dicendo:
Voi siete nati insieme e insieme starete per sempre.
Insieme, quando le bianche ali della morte disperderanno i vostri giorni.
Insieme nella silenziosa memoria di Dio.
Vi sia spazio nella vostra unità,
e tra voi danzino i venti dei cieli.

Amatevi l'un con l'altra, ma non fatene una prigione d'amore:
piuttosto vi sia tra le rive delle vostre anime un moto di mare.
Riempitevi a vicenda le coppe, ma non bevete da una coppa sola.
Datevi cibo a vicenda, ma non mangiate dello stesso pane.
Cantate e danzate insieme e siate giocondi, ma ognuno di voi sia solo,
come sole sono le corde del liuto, sebbene vibrino di una musica uguale.

Datevi il cuore, ma l'uno non sia rifugio all'altro.
Poi che soltanto la mano della Vita può contenere i vostri cuori.
Ergetevi insieme, ma non troppo vicini:
Poi che il tempio ha colonne distanti,
e la quercia e il cipresso non crescono l'una all'ombra dell'altro.


E una donna che reggeva un bambino al seno domandò:
Parlaci dei Figli.
Ed egli disse:
I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della fame che in se stessa ha la vita.
Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi,
E non vi appartengono benché viviate insieme.

Potete amarli, ma non costringerli ai vostri pensieri,
Poi che essi hanno i loro pensieri.
Potete custodire i loro corpi, ma non le anime loro,
Poi che abitano case future, che neppure in sogno potrete visitare.
Cercherete d'imitarli, ma non potrete farli simili a voi,
poi che la vita procede e non s'attarda su ieri.
Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive,
sono scoccati lontano.
L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero infinito, e con la forza vi tende,
affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
In gioia siate tesi nelle mani dell'Arciere;
poi che, come ama il volo della freccia, così l'immobilità dell'arco.

Alla mia mamma.