La Vita Nova

E quando mi domandavano: «Per cui t'à così distructo questo Amore?», e io sorridendo li guardava, e nulla dicea loro...

Composta fra il 1293 e il 1295, la Vita Nova è la prima opera di attribuzione certa di Dante; una sorta di diario che raccoglie gli scritti giovanili del Poeta sino al 1290, anno di morte di Beatrice.
A seguito della scomparsa dell'amata, Dante decide di unire le liriche più significative composte sino ad allora, facendole precedere da un commento in prosa che ne spiegasse l'occasione da cui le singole poesie erano nate. Si tratta di una grandissima novità se si pensa che sino ad allora, ma lo sarà anche con Francesco Petrarca, i poeti d'amore avevano dato vita a dei "canzonieri", vale a dire una serie di liriche diverse per significato che si affiancavano l'una all'altra. La prosa dantesca permette invece di individuare nelle poesie un senso profondo ed unitario, mostrandoci e spiegandoci nei dettagli il travagliato percorso di un'anima innamorata, in un percorso, dunque, fortemente introspettivo.
Il titolo vuole indicare la nuova esistenza, il decisivo rinnovamento spirituale che ha colpito il poeta per mezzo di un amore eccezionale ed altissimo.

Dante ritratto da Andrea del Castagno nel Ciclo degli uomini e donne illustri.

L'opera comincia con la descrizione della prima apparizione di Beatrice nella vita del Poeta, quando a nove anni la incontrò vestita di rosso, provando un sentimento così forte che da quel momento Amore si impossessò del suo animo, divenendone il signore.

Nove fiate già appresso lo mio nascimento era tornato lo cielo della luce quasi a uno medesimo puncto quanto alla sua propria giratione, quando alli miei occhi apparve prima la gloriosa donna della mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice, li quali non sapeano che si chiamare.

Dante ci dice che erano trascorsi nove anni dalla sua nascita quando per la prima volta i suoi occhi videro Beatrice, il cui nome, che significa "colei che dona beatitudine" veniva pronunciato dalle persone che ne ignoravano il valore.

Apparve vestita di nobilissimo colore umile e onesto sanguigno, cinta e ornata alla guisa che alla sua giovanissima etade si convenia. In quel puncto dico veracemente che lo spirito della vita, lo quale dimora nella secretissima camera del cuore, cominciò a tremare sì fortemente, che apparia nelli menimi polsi orribilmente; e tremando disse queste parole: «Ecce Deus fortior me, qui veniens dominabitur michi!»[Ecco il Dio più forte di me, che al suo arrivo diverrà mio padrone!].

Beatrice aveva un vestito rosso di color sangue, un elemento che rimase ben impresso nella mente di Dante, che da quel preciso momento riconobbe in Amore un dio più grande che lo dominerà per sempre, iniziando a tremare di paura.

Passati nove anni da questa prima apparizione Dante incontra nuovamente l'amata. Importante è sottolineare il costante ripetersi del numero nove, che ha evidentemente una grande valenza simbolica. Il numero rimanda infatti alla Trinità in quanto quadrato del numero tre, alludendo al carattere miracoloso della donna. Questo spiega come mai Dante dividerà la Commedia in tre cantiche costituite da trentatré canti ciascuna, suddividendo l'Inferno in nove cerchi e in nove anche i cieli del Paradiso.

Erano compiuti li nove anni appresso l’apparimento soprascripto di questa gentilissima, nell’ultimo di questi dì avvenne che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo di due gentili donne, le quali erano di più lunga etade; e passando per una via, volse gli occhi verso quella parte ov’io era molto pauroso, e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutò e virtuosamente tanto, che mi parve allora vedere tutti li termini della beatitudine.

L’ora che lo suo dolcissimo salutare mi giunse, era fermamente nona di quel giorno. E però che quella fu la prima volta che le sue parole si mossero per venire alli miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come inebriato mi partio dalle genti, e ricorso al solingo luogo d’una mia camera, puosimi a pensare di questa cortesissima. E pensando di lei, mi sopragiunse un soave sonno, nel quale m’apparve una maravigliosa visione. Che mi parea vedere nella mia camera una nebula di colore di fuoco, dentro alla quale io discernea una figura d’uno signore, di pauroso aspecto a chi la guardasse; e pareami con tanta letitia quanto assé, che mirabile cosa era; e nelle sue parole dicea molte cose, le quali io non intendea se non poche, tra le quali io intendea queste: «Ego Dominus tuus» [Io sono il tuo Signore]. Nelle sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in un drappo sanguigno leggieramente; la quale io riguardando molto intentivamente, conobbi ch’era la donna della salute, la quale m’avea lo giorno dinanzi degnato di salutare. E nell’una delle mani mi parea che questi tenesse una cosa la quale ardesse tutta; e pareami che mi dicesse queste parole: «Vide cor tuum!» [Guarda il tuo cuore!]. E quando elli era stato alquanto, pareami che disvegliasse questa che dormia; e tanto si sforzava per suo ingegno, che le facea mangiare questa cosa che in mano li ardea, la quale ella mangiava dubitosamente. Apresso ciò poco dimorava che la sua letitia si convertia in amarissimo pianto; e così piangendo si ricogliea questa donna nelle sue braccia, e con essa mi parea che si ne gisse verso lo cielo. Onde io sostenea sì grande angoscia, che lo mio deboletto sonno non poteo sostenere, anzi si ruppe e fui disvegliato. E immantanente cominciai a pensare, e trovai che l’ora nella quale m’era questa visione apparita era stata la quarta della nocte, sì che appare manifestamente ch’ella fue la prima ora delle nove ultime ore della nocte. E pensando io a ciò che m’era apparuto, propuosi di farlo sentire a molti li quali erano famosi trovatori in quel tempo: e con ciò fosse cosa che io avesse già veduto per me medesimo l'arte del dire parole per rima, propuosi di fare uno sonetto, nel quale io salutasse tutti li fedeli d’Amore; e pregandoli che giudicassero la mia visione, scrissi a loro ciò che io avea nel mio sonno veduto. E cominciai allora questo sonetto:

A ciascun'alma presa e gentil core
nel cui cospetto ven lo dir presente,
in ciò che mi rescrivan suo parvente,
salute in lor segnor, cioè Amore.
Già eran quasi che atterzate l'ore
del tempo che onne stella n'è lucente,
quando m'apparve Amor subitamente,
cui essenza membrar mi dà orrore.
Allegro mi sembrava Amor tenendo
meo core in mano, e ne le braccia avea
madonna involta in un drappo dormendo.
Poi la svegliava, e d'esto core ardendo
lei paventosa umilmente pascea:
appresso gir lo ne vedea piangendo.


Bibliografia

Vita Nova - Dante Alighieri - Mondadori