La sera del dì di festa

Bellissima poesia composta nel 1820 che rappresenta una vicenda triste e infelice: Silvia, la donna amata e desiderata, è del tutto indifferente al poeta. Il componimento si apre con l'immagine di Recanati immerso nella quiete e illuminato dalla Luna. Leopardi è l'unico ad essere sveglio, immerso nei pensieri e nei suoi scritti come era solito fare. Osserva quasi piangendo la finestra di SIlvia che dorme serena, non sapendo di essere amata e ignorando il dolore provocato al cuore del giovane poeta, incontrato per le strade del paese nella giornata festiva. 

Leopardi esprime una sensazione molto moderna e cara ai giovani cioè quella del sentimento che si prova per il primo amore che quasi sempre non è corrisposto, tema già affrontato nel componimento Il primo amore. In entrambi i testi lo stato d'animo è tormentato dal sapersi ignorato e dall'assenza di ogni speranza di essere corrisposto.

Con malinconia Leopardi afferma che al mondo tutto passa: il giorno festivo se ne va e anche il giorno feriale venuto dopo quello festivo; il tempo porta via ogni vicenda umana in silenzio, un popolo succede ad un altro e ogni realtà scompare. Conclude il testo con il triste ricordo di quando, da bambino, non riusciva a dormire alla fine di un giorno di festa e si rigirava nel letto sentendo stringersi il cuore allo stesso modo di ora mentre passa notti intere sveglio a guardare la finestra del suo amore.  

L'interpretazione di Elio Germano nel film "Il giovane favoloso" rappresenta fedelmente la scena e ciò che doveva provare in quei momenti il poeta. L'ambientazione originale e una notte speciale con la Luna che, luminosa, si trova proprio sopra la finestra dell'attore, fanno sembrare tutto vero e come realmente è stato.   

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna. O donna mia,
giá tace ogni sentiero, e pei balconi
rara traluce la notturna lampa:
tu dormi, ché t’accolse agevol sonno
nelle tue chete stanze; e non ti morde
cura nessuna; e giá non sai né pensi
quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sí benigno
appare in vista, a salutar m’affaccio,
e l’antica natura onnipossente,
che mi fece all’affanno. A te la speme
nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dí fu solenne: or da’ trastulli
prendi riposo; e forse ti rimembra
in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
piacquero a te: non io, non giá ch’io speri,
al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
quanto a viver mi resti, e qui per terra
mi getto, e grido, e fremo. O giorni orrendi
in cosí verde etate! Ahi, per la via

odo non lunge il solitario canto
dell’artigian, che riede a tarda notte,
dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
e fieramente mi si stringe il core,
a pensar come tutto al mondo passa,
e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
il dí festivo, ed al festivo il giorno
volgar succede, e se ne porta il tempo
ogni umano accidente. Or dov’è il suono
di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
de’ nostri avi famosi, e il grande impero
di quella Roma, e l’armi, e il fragorío
che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
il mondo, e piú di lor non si ragiona.
Nella mia prima etá, quando s’aspetta
bramosamente il dí festivo, or poscia
ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
premea le piume; ed alla tarda notte
un canto, che s’udía per li sentieri
lontanando morire a poco a poco,
giá similmente mi stringeva il core.