La storia d'amore di Auguste Rodin

Il 17 novembre 1817 moriva lo scultore francese Auguste Rodin.

A cent’anni dalla morte la scultura di questo grande artista rimane immortale grazie all’unione perfetta che riuscì a compiere tra la sua genialità e l’ispirazione verso i due massimi esponenti della letteratura e dell’arte: Dante Alighieri e Michelangelo Buonarroti.

Entrambi sono riusciti a toccare l’eternità; il Sommo Poeta arrivando ad esprimere a parole l’essenza di Dio, "l’Amor che move il sole e l’altre stelle", portandoci alla Sua visione al termine del percorso della Commedia, e Michelangelo dipingendo la volta della Cappella Sistina, con l’immagine di due dita che si sfiorano, Adamo e Dio nella creazione dell’uomo e, ancora, il Giudizio Universale.

Rodin, come Michelangelo, vedeva in ogni blocco di pietra un’anima; ognuna custodiva una statua dentro di sé da portare alla luce per esprimere delle emozioni, quelle passioni umane descritte nella loro totalità nell’Inferno dantesco.

Scelgo un blocco di marmo e tolgo tutto quello che non mi serve.

Rodin

Tu vedi un blocco, pensa all’immagine: l’immagine è dentro, basta soltanto spogliarla… Ho visto un angelo nel marmo ed ho scolpito fino a liberarlo... 

Michelangelo

Nella Porta dell’Inferno, Rodin riprende la Commedia di Dante che tanto lo affascinava, riproducendo ogni vicenda e personaggio della prima cantica. La grandezza sta nell’unire i versi danteschi con le anime rappresentate nel Giudizio Universale di Michelangelo: è infatti a questo immenso dipinto che l’autore si ispira per rappresentare le figure sulla porta. Tutto ciò è una complessa riflessione sui temi dell’amore e della dannazione.

Immaginando di entrare attraverso quest’opera cercheremo di raccontare le vicende dell’anima di questo artista confrontandole con le parole e i sentimenti dei suoi maestri: l’essere incompreso, il bisogno d’infinito, l’amore…

"La nostra è l’epoca degli ingegneri e degli industriali, non è affatto quella degli artisti. Nella vita moderna si cerca l’utilità, ci si affanna a migliorare materialmente l’esistenza. Lo spirito, il pensiero, il sogno, son ormai fuori questione. L’arte è contemplazione. È il piacere dello spirito che penetra la natura e v’intuisce lo spirito da cui essa stessa è animata. È la gioia dell’intelligenza che vede chiaro nell’universo e lo ricrea illuminandolo di coscienza. L’arte è la più sublime missione dell’uomo poiché è l’esercizio del pensiero che tenta di capire il mondo e di farlo capire.
Ma oggi l’umanità crede di poter fare a meno dell’arte.
Non vuole più meditare, contemplare, sognare. Le alte e profonde verità le sono indifferenti. L’umanità attuale non sa che farsene degli artisti. Gli artisti devono purtroppo sempre fare i conti con il misoneismo dell’opinione pubblica.

La Bellezza è ovunque. E non è che difetti ai nostri occhi ma sono i nostri occhi che difettano nello scorgerla.
In Arte è bello soltanto ciò che ha carattere. Il carattere è l’anima, il sentimento, l’idea che esprimono i tratti di un volto, i gesti e le azioni di un essere umano, le tonalità di un cielo, le linee di un orizzonte. Per il grande artista tutto, in Natura, ha carattere".

Rodin, come ogni genio, avverte dentro di sé un senso di inadeguatezza e di emarginazione nella società del tempo che, afferma, non è fatta per gli artisti. Al contrario si inseguono vani ideali perdendo di vista la bellezza, il sogno, la grandezza dello spirito… Questo pensiero lo avvicinò alla poetica di un’anima inquieta, dannata, un autore francese a lui contemporaneo: Charles Baudelaire. Ammirava in lui il perdersi nella contemplazione del bello, dell’infinito, un concetto tipicamente romantico, ispirandosi alla sua poetica.

L’inquietudine, la sensazione di commettere uno sbaglio e allo stesso tempo di non poterne fare a meno, la felicità vera nel momento in cui si scopre di essere innamorati che colora il mondo e il buio assoluto che non lascia scampo quando lei manca, quando sembra non poter essere davvero l’amore, un sentimento così forte per cui viene messa in discussione l’intera esistenza, per il quale si deve avere il coraggio di donare se stessi. Lei, Camille Cloudel, ha fatto provare tutto ciò a Rodin da quando nel 1883 è entrata nella sua vita. L’artista non può fare a meno di pensarla e desiderarla; così giovane, bella, appassionata sin da piccola di scultura, del suo sguardo se ne innamora subito. Camille inizia a seguire fedelmente e con passione il maestro di cui diventa, oltre che allieva, anche modella e musa ispiratrice.

Afferma Baudelaire: “Ma che importa l'eternità della dannazione a chi ha provato, in un secondo, l'infinito della gioia?”.

Tanto affascina Rodin l’idea di vivere a pieno il suo sentimento d’amore, di darsi completamente in modo incondizionato, di mettersi in gioco spinto dalla forza e dalla giovinezza di Camille senza preoccuparsi delle conseguenze. Gli tornano in mente i versi del canto V di Dante; si sente più che mai vicino a quei due innamorati dannati per l’eternità: Paolo e Francesca.

Rodin è legato a Rose Beuret e sente di non poter desiderare Camille perché di vent’anni più giovane; sembra all’inizio tirarsi indietro e reprimere il sentimento. Si può così pensare alla nascita di un amore platonico tra i due, intellettuale più che fisico, sentimento che Rodin ritrova ben definito nei sonetti michelangioleschi; quello reciproco tra il maestro, che ha esperienza e intelletto, e il suo allievo, che dalla sua ha la gioia di imparare e la voglia di vivere.

Questo legame fa riflettere molto l’artista che comincia a interrogarsi su ciò che è giusto; legge il suo maestro Dante e si guarda dentro in un continuo dissidio oscillante tra la gioia per averla accanto e poterle insegnare tutto ciò che sa e il tormento per non poterla stringere a sé e dirle quello che prova.

La condizione di Rodin è ben raffigurata nella sua celebre scultura Il Pensatore, datata 1880 e presentata al pubblico nel 1904. La figura, posta sopra la Porta dell’Inferno, doveva rappresentare Dante che riflette sulla condizione dei dannati, poi diviene autonoma, assegnando al soggetto un valore simbolico e universale, facendone un’allusione alla condizione dell’uomo contemporaneo che riflette sul proprio destino, ma anche allo stato d’animo dell’artista stesso. A livello scultorico sono evidenti i riferimenti a Michelangelo, cui Rodin rese esplicito omaggio citando la statua di Lorenzo de’ Medici datata 1531 – 1534.

Intanto la giovane Camille continua a seguire il maestro e si dimostra un’allieva dal talento innato. Afferma Rodin: “le ho mostrato l’oro, ma l’oro che trova è tutto suo”.

L’opera che più rappresenta la sua bravura e maturità artistica è Il Valzer che ben esprime il sentimento destinato a consumarsi per Rodin; una passione che travolge e vive nel tempo di una danza di amore e morte.

Vorticando in un ballo che assorbiva completamente tutta la sua concentrazione, così Camille Claudel doveva sentirsi nel primo stadio della passione amorosa per il suo maestro.

Dalla base di bronzo grezzo gradualmente prendono vita i corpi dei due amanti, sospesi in un movimento che va oltre l'abbraccio e si spinge verso il più sensuale dinamismo della danza.

Per quanto riguarda la verosimiglianza nell'anatomia delle figure umane si può facilmente notare come gli insegnamenti di Rodin stessero incominciando a dare i loro frutti nello stile della giovane scultrice.

I due innamorati si stringono l'una verso l'altro, come due lingue di fuoco generate dalla medesima brace ardente.

E proprio come un fuoco, l'amore tra Camille e Rodin era destinato a spegnersi, ma non prima d'essersi amati e dannati inevitabilmente per tutta la vita.

Rodin non riesce a sottrarsi alla danza, viene travolto dalla passione e inizia un rapporto con Camille. Cerca l’aiuto dei suoi maestri e si rifugia nella lettura di Dante, quel canto V che riesce ad arrivare nelle profondità dell’essere, a dirci come siamo fatti dentro, a spiegarci quello che succede quando ci si innamora.

L’amore nei versi e nella vita di Dante è qualcosa di assoluto e totalizzante, per il quale bisogna dare noi stessi e avere la forza di dividere la propria vita, dipendendo dalla felicità dell’altro. Rodin è attratto dalla figura del Sommo Poeta che definisce uno scultore perché in grado come nessun altro di descrivere con un solo verso una persona e scolpirla per l’eternità; celebri personaggi della Commedia sono infatti ricordati con una singola frase che ne descrive a pieno le caratteristiche e l’operato.

“Dante non è solamente un visionario e uno scrittore; è anche uno scultore. La sua espressione è lapidaria, nel senso buono del termine. Quando descrive un personaggio, lo rappresenta solidamente tramite gesti e pose. Ho vissuto un intero anno con Dante, vivendo di nulla se non di lui e con lui, disegnando gli otto cerchi dell'Inferno”...

Lo ammira anche come uomo perché ha donato tutta la sua esistenza, tutta la sua poetica a una donna che non ha potuto avere vicino. Nonostante ciò Rodin non sa se sarà in grado di vivere quelle emozioni così forti che Dante ha descritto.

Nel canto di Paolo e Francesca il sentimento dell’amore ha condotto i due innamorati all’Inferno, ad essere dannati per l’eternità, ma il Poeta non li condanna e soffre con loro.

Perché quando ci si innamora non bisogna avere paura di accettare quello che verrà e l’unico desiderio deve essere quello di rimanere comunque uniti.

“Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e 'l modo ancor m’offende”.

Ecco come l’amore irrompe in chi ha un cuore sensibile, predisposto ad accogliere questo sentimento. Paolo si innamora di Francesca, della bellezza fisica e di quella dell’anima ed ella ricambia. È in questo momento che si entra nella vita dell’altro per non uscirvi più, ciò che accade all’amato diviene più importante e provoca maggiori emozioni che a se stessi; è come se si perdesse il contatto con il proprio essere, non si è più completi da soli, e questo può spaventare. Scrive Michelangelo nelle Rime:

Come può esser ch’io non sia più mio?
O Dio, o Dio, o Dio,
chi m’ha tolto a me stesso,
c’a me fusse più presso
o più di me potessi che poss’io?
O Dio, o Dio, o Dio,
come mi passa el core
chi non par che mi tocchi?
Che cosa è questo, Amore,
c’al core entra per gli occhi,
per poco spazio dentro par che cresca?
E s’avvien che trabocchi?

Rodin continua nella lettura del canto. Dante, quasi piangendo, chiede ai due amanti come hanno fatto a capire di essere innamorati. Una domanda semplice, che potrebbe fare anche un bambino, ma di una grandezza infinita, che mette a nudo e tocca la sensibilità di Francesca.

“Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, a che e come concedette amore che conosceste i dubbiosi disiri?”.

Risponde la donna:

“Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria”.

Parlare di ciò che è accaduto le fa male, ma prosegue piangendo. Si trovavano insieme a leggere un libro che narrava dell’amore tra Lancillotto e Ginevra. Nessun sospetto di quello che sarebbe successo li turbava. Quando però lessero del bacio tra i due protagonisti, si accorsero del loro amore, che c’era sempre stato, ma aveva bisogno di quel momento, di quel libro, che fu “galeotto”. Paolo, tutto tremante, si avvicinò a Francesca e la baciò.

"Unione" è la parola chiave per comprendere e descrivere al meglio il gruppo scultoreo del Bacio di Rodin.
Infatti l'artista ha lavorato il marmo in modo da non separare le due figure, bensì per farle combaciare, il suo scalpello non ha nemmeno scalfito la pietra nel punto preciso in cui le labbra dei due amanti si devono incontrare, lasciando il marmo intatto.
Come i personaggi che la statua doveva rappresentare nella Porta dell'inferno, le due figure sono così unite per sempre dal più emblematico gesto d'amore.
I due amanti sembrano scolpiti, ma non eccessivamente ben definiti nella loro anatomia fisica, forse per rappresentare in parte anche l'unione delle loro anime.
Rodin ha voluto andare oltre l'amore platonico, bensì figurare l'amore carnale e fisico e per questo fu aspramente criticato; l'opera venne definita "troppo sensuale".

Paolo è sempre restato in disparte, lontano dalla scena, senza smettere mai di piangere; Dante alla fine dell’episodio perde i sensi e cade a terra come un corpo morto; Rodin, colpito nell’anima, riflette a lungo e forse proprio dalla lettura si accorge di non essere pronto a tanta sofferenza, non ha il coraggio di lasciarsi andare totalmente a ciò che prova per Camille, che gli ha chiesto di sposarla.

“Mia feroce amica,
la mia povera testa è ben malata, e non riesco più ad alzarmi la mattina. Questa sera ho camminato per ore senza trovarti nei nostri luoghi. Come mi sarebbe dolce la morte! E com'è lunga la mia agonia. Perché non mi hai atteso all’atelier? A quale dolore ero predestinato. Ho momenti di amnesia in cui soffro di meno, ma oggi l’implacabile dolore persiste. Camille, mia bene amata nonostante tutto, nonostante la follia che sento venire e che sarà opera tua se tutto questo continua. Perché non mi credi? Abbandono il mio Salon, la scultura; se potessi andare in un posto qualsiasi, in un paese in cui poter dimenticare ma non esiste… Ma poi in un solo istante sento la tua terribile potenza. Abbi pietà, crudele. Non ne posso più, non posso più passare un giorno senza vederti. Se no, l’atroce follia. È finita, non lavoro più, divinità malefica, e tuttavia ti amo furiosamente”...

Rodin viene perseguitato dal terrore dello scandalo della relazione, il loro è un amore folle, per cui bisogna rischiare tutto. La ragazza dentro di sé ha questa forza, un amore che tanto ricorda quello di Francesca da Rimini. Per l’amato lei rinuncia a tutto, anche a un altro uomo, Claude Debussy; un rapporto mancato che sarebbe potuto essere la sua grande storia d’amore. Arriva fino alla follia nel momento dell’abbandono, quando Rodin decide di non prenderla in sposa, preferendo restare con Rose Beuret, madre di suo figlio.

Camille è una Francesca senza il suo Paolo e non può sopportare tanto dolore. Nel 1913, poco dopo la morte di suo padre, vive la triste esperienza del manicomio, dove si spegne nel 1943.

In questo gruppo bronzeo è possibile identificare il tema principale già a partire dal titolo: L’età matura.
La maturità, il diventare adulti, una presa di coscienza che comporta effettuare delle scelte, a volte radicali.
E così, dopo aver lasciato andare il suo maestro, Camille si ritrova sola, davanti a un blocco di bronzo e decide di fare chiarezza sul suo stato d'animo.
Suo fratello, il poeta Paul Claudel, disse di non averla mai vista prima mettere via il proprio orgoglio così.
Camille è stata in grado di trasmettere attraverso la sua arte il sentimento e la paura dell'abbandono, anche in un gruppo scultoreo di modeste dimensioni.
La figura femminile è in posa di supplica, mentre quella maschile cammina dandole le spalle e viene portato via da una donna - angelo verso un futuro che li ha destinati ad una sofferta separazione.

Nel pieno del successo, Rodin scolpisce Je suis belle, una composizione presa dalla Porta dell’Inferno e resa autonoma, come il Pensatore. Ispirata ai versi di Baudelaire, nell’opera l’autore identifica se stesso e Camille.

La giovane ragazza fu la musa che fece innamorare e disperare l’artista, il quale seguì la ragione e non si lasciò andare totalmente all’amore. Ormai anziano, forse Rodin riguardandosi indietro rimpiangeva la scelta, fu lui ad “odiare il movimento che scompone le linee”, preferendo la via più semplice, sicura, non quella passione dei versi danteschi. Così perse l’amore della sua vita, quello che nessuna gloria può sostituire, accorgendosi troppo tardi che Camille fu il filo conduttore della sua esistenza e che la donna non smise mai di donargli in silenzio un amore infinito.

Io sono bella, o uomini, come un sogno scolpito,

e tutti v’ho sfiancato sulla mia carne quieta,

ma l’amore che so ispirare al poeta

è, al par della materia, tacito ed infinito.

Sfinge velata in soglio, su nel cielo m’esilio;

nel mio petto di cigno un cuor di neve dorme;

aborro il movimento che scompone le forme,

né mai ad una lacrima né ad un riso m’umilio.

I poeti, dinanzi alle mie grandi pose,

di cui rubo alle statue l’esemplare superbo,

spenderanno la vita in fatiche studiose.

Io, per stregarli e farmene docili amanti, ho in serbo,

specchi ove senza màcula ogni cosa discerno,

gli occhi, i miei larghi occhi dal lume sempiterno!

Charles Baudelaire

Scritto con Maria Laura Villa