Restami vicino quando scende la sera

"La tristezza mi ha preso - perché? Neppure la musica oggi mi consola - è già notte tarda, e non ho voglia di dormire; non so cosa mi manca - e ho già più di vent'anni".

Fryderyk Chopin

Ci sono momenti nella vita in cui ci si trova soli, soprattutto a vent’anni, senza riuscire a prendere sonno, quando scende la notte e cala il silenzio; allora si riesce a percepire ogni piccolo rumore e il battito del proprio cuore diventa un compagno che risveglia ricordi, nostalgie per la fine della giovinezza e pensieri per ciò che verrà. A quest’età capita sempre di provare malinconia; si avverte una qualche mancanza senza sapere bene cosa sia. Ci si accorge di dover ormai camminare da soli con il proprio piccolo cuore nell’immensità della vita, come fosse un lumino acceso nel buio della volta stellata, sperando di avere al proprio fianco un’altra lucina che ci completi e non ci lasci soli: l’amore vero. Ci sono due autori che in passato hanno provato le stesse nostre emozioni; animi sensibili che attraverso la musica e le parole sono riusciti ad esprimere quello che provavano in quelle lunghe notti, quando nessuno era lì accanto a loro, ma grazie ai quali noi possiamo sentirci meno soli: Fryderyk Chopin e Giacomo Leopardi.

“Il tuo cuore agitato sente sempre una gran mancanza, un non so che di meno di quello che sperava, un desiderio di qualche cosa, anzi di molto di più”…

Giacomo Leopardi

I vent’anni furono un’età decisiva per entrambi gli artisti. È qui che scoprirono i sentimenti più alti e profondi, in grado di farli arrivare a comporre capolavori di sensibilità e dolcezza. Quello che vissero è per noi un esempio da cui trarre importanti insegnamenti per la vita di ogni giorno. L'amore è il coraggio di naufragare nel mare della propria anima, perdersi negli occhi della persona amata, in eterno. In fondo Giacomo e Fryderyk non cercavano altro e ogni sera si addormentavano con questa speranza.

Il poeta di Recanati aveva passato la sua adolescenza immerso nei “sette anni di studio matto e disperatissimo”, chiuso nella casa di Recanati, per lui una prigione, sotto il controllo del padre conte Monaldo e della madre marchesa Adelaide Antici. La marchesa era una donna dura e arcigna, tanto devota nei confronti della religione quanto incapace di affetto materno per i figli. Il conte, orfano all’età di quattro anni, aveva mitizzato il ruolo della guida paterna che a lui era mancata e volle esercitare verso i figli questo ruolo con coerenza, persuaso di agire per il loro bene, specie nei riguardi di Giacomo, il primogenito, che amava profondamente e a suo modo orgogliosamente ammirava.

Il giovane poeta conobbe Pietro Giordani, che considerava il padre elettivo, letterato classicista col quale iniziò una lunga corrispondenza epistolare. Cominciò inoltre la composizione dello Zibaldone, una sorta di diario intellettuale e di quaderno di lavoro a lui molto caro, non destinato alla pubblicazione, che è per noi moderni un documento imprescindibile per comprenderne il pensiero e l’intera poetica. Interessante è notare la nobiltà che Leopardi, nelle pagine dello Zibaldone, assegna al dubbio, che in quei tempi di certezze, era dirompente: la ragione umana si allontana dal vero ogni volta che giudica con certezza. Il diario rivela l’anima del poeta, il suo travaglio interiore e il dolore che provava a quell’età in cui sarebbe voluto uscire, visitare le città, invece di essere costretto a rimanere in casa, a studiare senza sosta compromettendo la salute e vedendo svanire gli anni migliori, quelli della giovinezza.

“Dato che l’andamento e le usanze e gli avvenimenti e i luoghi di questa mia vita sono ancora infantili io tengo afferrati con ambe le mani questi ultimi avanzi e queste ombre di quel benedetto e beato tempo dov’io sperava e sognava la felicità, e sperando e sognando la godeva, ed è passato né tornerà mai più, certo mai più; vedendo con eccessivo terrore che insieme colla fanciullezza è finito il mondo e la vita per me e per tutti quelli che pensano e sentono; sicché non vivono fino alla morte se non quei molti che restano fanciulli tutta la vita”.

L’adolescenza è l'unico periodo della vita in cui si è felici, pieni di sogni e speranze; solo chi resta fanciullo per tutta la vita, vive davvero fino alla morte.

“I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto”.

L’unica consolazione era per Leopardi rifugiarsi su un colle a lui caro ad osservare l’immenso, celato da una siepe, provando quasi paura nel cuore e trascorrendo il tempo nei pensieri, provando piacere nel naufragare nell'immenso della propria interiorità: fu a vent’anni che il poeta compose la sua lirica più intensa e celebre: L'infinito.

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

Chopin, al contrario, era legato alla sua terra natale, la Polonia, da un legame imprescindibile, che si rifletterà nella musica per tutta la vita. Amava la cittadina dove nacque, Żelazowa Wola, nei pressi di Varsavia. Studiò nella capitale in cui esordì nei salotti aristocratici.

Era un bambino molto dolce, pallido, malato, ma felice e dal carattere divertente, come capita spesso ai malinconici. Dal cuore sensibile, era dominato da due passioni: l’amore per i genitori e il pianoforte. La sua esistenza di ventenne fu segnata dall’importante decisione di partire per Parigi, centro della vita artistica europea, dove avrebbe potuto mostrare il suo innato talento e aiutare col successo la sua famiglia. La decisione richiedeva coraggio per un ragazzo amato infinitamente dai genitori e innamorato di una ragazza di nome Costanza la cui paura di perdere per sempre lo paralizzava. Scriveva ad un caro amico:

“Ho degli accessi di collera. Non mi muovo più, non ho più la forza di decidere la partenza. Ho il presentimento che se lasciassi Varsavia non vedrei più la mia casa; m’immagino di partire per morire. Ah quanto dev’essere triste non poter morire dove si è vissuti! Come sarebbe doloroso vedere al mio letto di morte un medico o un domestico indifferenti, al posto di tutti i miei cari! Vorrei passare qualche giorno con te, forse ritroverei un po’ di tranquillità; ma, poiché non lo posso, mi limito a camminare a lungo senza meta, avvolto nella mia tristezza; e poi rincaso. – Perché? Per inseguire le mie chimere. Raramente l’uomo è felice. Se gli sono destinate brevi ore di felicità, perché dovrebbe rinunciare alle sue illusioni, che sono esse pure fuggevoli?”

Le ultime righe sembrano scritte da Leopardi o dopo che Chopin abbia letto qualche pagina del poeta di Recanati. Scriveva infatti il filosofo Friedrich Nietzsche:

"L'ultimo dei musicisti moderni, il polacco Chopin, l'unico a cui si addice l'epiteto di inimitabile, ha guardato ed adorato tutta la bellezza della poesia di Leopardi prima di suscitare la sua musica così toccante".

In loro, le medesime preoccupazioni, malinconie, gli stessi moti dell'anima che si riflettono nelle composizioni.

Scriveva ancora Chopin all'amata Costanza:

"Tu non puoi immaginare come Varsavia mi sembri triste. Se non fossi felice nel cerchio della mia famiglia, non resisterei certamente qui. Oh com'è amaro non aver nessuno con cui dividere gioie e tristezze! Com'è spaventoso non poter lasciar espandere il proprio cuore quando è oppresso! Tu sai che cosa voglio dire. Molte volte io racconto al mio pianoforte quello che vorrei confidare a te".

Ecco che Chopin, e anche Leopardi, confidano nelle loro opere i sentimenti più intimi, le proprie paure, il sentimento dell'amore. A vent'anni quando ci si innamora è sempre qualcosa di immenso, mai banale, è il periodo degli amori totali, per cui si mette in gioco sé stessi senza chiedere nulla in cambio. È l'età in cui si ama come si dovrebbe amare per tutta la vita.

Chopin e Leopardi vissero dei sentimenti che non dimenticheranno mai, che segnarono per sempre la loro vita e produzione.

Il giovane Giacomo nel componimento Il primo amore scopre, non ancora ventenne, l'emozione dell'amore vero per la cugina Gertrude e tutto ciò che questo comporta: la bellezza, la gioia di vivere, ma anche i dissidi e la sofferenza.

"Tornami a mente il dì che la battaglia d'amor sentii la prima volta, e dissi: oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!"

Prima di quell'età si è ignari di ciò che è l'amore e quello che può far vivere. Quello che sente il poeta è un amore assoluto, non dichiarato, incondizionato; è il naufragio nell'infinito. L'episodio dell'innamoramento è narrato nei dettagli in una pagina del Diario del primo amore.

"Se questo è amore, che io non so, questa è la prima volta che io lo provo in età da farci sopra qualche considerazione; ed eccomi di diciannove anni e mezzo, innamorato. E veggo bene che l'amore dev'essere cosa amarissima, e che io purtroppo (dico dell'amor tenero e sentimentale) ne sarò sempre schiavo".

Il grande amore giovanile di Leopardi che tutti ricordiamo è però Silvia per la quale scrisse dei versi destinati a rimanere immortali. Ella cambiò l’esistenza di Giacomo che, costretto a rimanere in casa a studiare, la osservava dalla finestra, immaginando di poterla incontrare e magari parlarle, oppure solo guardarla negli occhi da vicino, per un istante, senza aggiungere niente. Nella poesia La sera del dì di festa viene narrato di una notte, dopo averla incontrata nel giorno festivo, in cui Giacomo, non riuscendo a prendere sonno, osserva quasi piangendo la finestra della ragazza che dorme serena, non sapendo di essere amata e ignara del dolore provocato al cuore del giovane poeta.

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna. O donna mia,
giá tace ogni sentiero, e pei balconi
rara traluce la notturna lampa:
tu dormi, ché t’accolse agevol sonno
nelle tue chete stanze; e non ti morde
cura nessuna; e giá non sai né pensi
quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sí benigno
appare in vista, a salutar m’affaccio,
e l’antica natura onnipossente,
che mi fece all’affanno.

Con malinconia Leopardi afferma che al mondo tutto passa: il giorno festivo se ne va e poi anche il giorno feriale venuto dopo quello festivo; il tempo cancella senza pietà ogni vicenda umana, in silenzio, come fece con Silvia, portata via giovanissima dalla tubercolosi, prima che Giacomo potesse dirle quello che sentiva. Questo episodio compromise il morale di Giacomo, già segnato da una debole salute, portandolo ad una visione negativa del sentimento amoroso.

"I migliori momenti dell'amore sono quelli di una quieta e dolce malinconia dove tu piangi e non sai di che, e quasi ti rassegni riposatamente a una sventura e non sai quale. In quel riposo la tua anima meno agitata, è quasi piena, e quasi gusta la felicità. Così anche nell'amore, ch'è lo stato dell'anima il più ricco di piaceri e d'illusioni, la miglior parte, la più dritta strada al piacere, e a un'ombra di felicità, è il dolore".

Il destino dell'autore e quello dell'amata sono diversi e simili allo stesso tempo: Silvia è stroncata nel pieno della giovinezza dalla malattia e Giacomo, divenuto adulto, vede invece morire le illusioni giovanili. Le notti passate sveglio nella sua stanza erano ora amare e piene di pianto; la tristezza dell'anima, il pensiero di Silvia, lo facevano addormentare solo con le prime luci dell'alba.

"...e nell'incerto raggio del Sol vederla io mi credeva ancora"...

Anche Chopin non avrebbe più dimenticato Costanza, il suo amore dei vent'anni. Gli occhi e quel nastro che ella portava tra i capelli, che quando la vide gli sarebbe bastato per essere felice, diventarono ricordi indelebili che si portò con sé nel momento della sofferta partenza per Parigi, non prima però di averla incontrata un'ultima volta.

"I miei occhi hanno captato il suo sguardo. Allora mi sono lanciato per la strada e c'è voluto un quarto d'ora prima ch'io tornassi in me. Sono qualche volta pazzo in modo spaventoso. Ma sabato otto partirò, qualunque cosa accada. Metterò la mia musica nella valigia, il suo nastro nella mia anima, la mia anima sotto il braccio e avanti, in diligenza!"

Com'era bella quella sera che la sentì cantare all'Opera per la prima volta; la sua bocca, i capelli biondi e gli occhi azzurri, non riusciva a pensare ad altro e ogni moto dell'anima lo confidava alla musica, perché il suo sentimento fu così dolce che non lo dichiarò a nessuno.

Quando si salutarono per l'ultima volta Fryderyk le donò un anello con brillante; non si sarebbero più rivisti. Piansero e si strinsero in un abbraccio come a restare uniti per sempre. Costanza non riuscì a superare la separazione, i suoi occhi azzurri che Fryderyk tanto amò si chiusero alla luce come per un volere celeste: ella perdette la vista. Ogni tanto, però, si metteva al pianoforte per cantare una canzone che l'amato le aveva insegnato. Racconta chi la conobbe che dai suoi occhi scendevano allora delle lacrime.

Arrivato a Parigi, Chopin fu sorpreso dalla moltitudine di gente; vagava tra la folla provando insieme gioia e timore, si ubriacò di solitudine, sensazione ben espressa in quegli anni da un poeta della città: Charles Baudelaire.

Lo stesso Giacomo, quando il 17 novembre 1822 ottenne il permesso di lasciare Recanati per recarsi a Roma, fu deluso e sviluppò un'insofferenza verso la moltitudine e la grandezza. Si rifugiava allora nelle intime lettere che mandava al fratello Carlo, piene di dichiarazioni d'affetto e contenenti il suo infinito bisogno di sentirsi amato.

"Amami, per Dio. Ho bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita: il mondo non mi par fatto per me".

Fryderyk venne accolto calorosamente dai più grandi compositori dell'epoca, tra cui l'amico Franz Liszt, e poté condurre una vita propria dell'artista romantico, dedicandosi costantemente al pianoforte e componendo quando ispirato, esibendosi nei salotti privati dell'alta società. Dal carattere timido e solitario, non amava infatti i grandi concerti che lo imbarazzavano e lo rendevano inquieto.

"Io non sono adatto a dare concerti. La folla m'intimidisce; mi sento asfissiato dai suoi respiri precipitosi, paralizzato dagli sguardi curiosi, muto davanti ai volti sconosciuti. Ma tu, tu sei nato per questo, perché, quando non conquisti il tuo pubblico, hai il potere di soverchiarlo"... [A Franz Liszt]

Eppure quando si sedeva al pianoforte era come se il tempo si fermasse, sospeso nella delicatezza con cui premeva i tasti. Era incredibile come riuscisse ad isolarsi in un mondo magico che il pubblico presente poteva intravedere, toccato nelle corde più sensibili dell’anima, ma senza poterci entrare perché lì Fryderyk ci viveva, con tutte le sue emozioni più profonde e malinconie innate. Spesso improvvisava, mostrando tutto il suo talento, parlava attraverso lo strumento con se stesso, senza concludere, lasciando agli ascoltatori il piacere di aver rivestito di note, per un momento, sentimenti struggenti che svanivano poi nel nulla. Un poeta contemporaneo lo definì “il Raffaello del pianoforte”. “Divine delicatezze”, diceva Hector Berlioz, che continuava: “Quando le sue sofferenze erano ancora tollerabili, Chopin si mostrava di una bonomia maliziosa che dava un irresistibile fascino ai suoi rapporti con gli amici. Nella conversazione portava quell'humour che fu la grazia principale e il carattere essenziale del suo raro talento”.

Era un uomo alla moda, teneva molto al suo stile, caratterizzato dai guanti bianchi che sempre indossava, ma nonostante il fascino di artista romantico, Fryderyk era consumato dal dolore, ferito dalla nostalgia e sofferente per una fragile salute, senza però farlo mai notare. Di ciò scriveva Liszt:

“Mai il carattere di Chopin ha nascosto un solo movimento, un solo impulso dettato dal più delicato sentimento d'onore e dalla più nobile intesa degli effetti. Eppure, mai natura fu più atta a giustificare degli scatti, dei difetti, dei capricci e delle singolarità brusche. La sua immaginazione era ardente e i suoi sentimenti arrivavano sino alla violenza. La sua struttura fisica era debole e malaticcia. Chi più misurare le sofferenze scaturite da queste cose opposte? Devono esser state tremende, ma non ne diede mai spettacolo. Ne conservò il segreto, lo nascose a tutti gli sguardi sotto l'impenetrabile serenità di una fiera rassegnazione".

Fryderyk sentiva più che mai il bisogno di una persona in grado di stargli accanto, che non lo facesse soffrire; alla sera ripensava a Costanza e suonando al piano sognava un amore vero, con cui dividere le proprie paure e potersi confidare.

“Oh, potessi io suonando cacciare il dolore che mi rode il cuore! Eppure la vita è fatta per il piacere e per l’Amore. Amore dolce come sogno, dolce come musica, triste e dolce e giocondo Amore”.

Una sera del 1838, durante un’esibizione in un salotto, ad ascoltare i suoi pezzi così intimi e forti, vi era lei, Aurore Dupin, scrittrice nota al pubblico come George Sand, che sarebbe diventata, nel bene e nel male, la donna della sua vita.

“Tu sei per me la porta del Paradiso. Per te rinuncerei alla fama, al genio, ad ogni cosa”…

Chopin all’inizio mostrava una certa antipatia nei confronti della donna, ma pian piano ne era sempre più affascinato; il suo animo sensibile e riservato vedeva forse in lei una sorta di salvezza, nonostante i caratteri completamente diversi. La Sand era affascinante, sicura di sé, sensuale, molto criticata per le numerose relazioni intrattenute con personaggi noti. Probabilmente quell'apparente sicurezza celava un'anima inquieta che trovava rifugio nella delicatezza del compositore. Aveva sei anni più di lui e già due figli. Annotava Fryderyk nel suo diario:

“Che dicevano quegli occhi? Essa s’appoggiava al pianoforte e il suo sguardo di brace mi inondava, la mia anima aveva trovato il suo porto” .

Ritratto di Fryderyk Chopin e George Sand - Eugène Delacroix - 1838

L’amata però, per il suo carattere, si mostrò ben presto sofferente e annoiata dal loro rapporto; affermava di dover badare a Chopin come ai suoi figli, che diventava capriccioso e non sopportava le amicizie che lei frequentava. Erano davvero troppo diversi.

“Chopin è così debole e timido da poter venir ferito persino dalla piega di una foglia di rosa”.

Lei e i suoi amici deridevano apertamente la religione, senza curarsi di urtare la sensibilità di Chopin. Solo un conoscente della donna colpì il musicista: era diverso dagli altri; la Sand lo vedeva poco e Fryderyk iniziò a chiedere di lui, un uomo fragile, pallido, ben vestito, un pittore che parlava così bene di arte affermando che in questa disciplina tutto dipende dall’anima: Eugène Delacroix.

A Firenze Giacomo visse un sentimento d'amore simile a quello di Chopin; sentiva dentro di sé un insolito vigore, un'energia e una speranza che lo sorreggeva. Pian piano stava meglio da un'infezione agli occhi che lo aveva costretto a restare a letto nel buio completo, alzandosi soltanto a tarda sera. Non riusciva né a scrivere, né a leggere, le uniche attività che gli avevano sempre dato una gioia autentica, grazie all'immaginazione con cui poteva vagare e compiere viaggi infiniti. Aveva passato un periodo davvero difficile, solo, nell'oscurità più assoluta, terrorizzato dalla paura di non vedere più nulla. Questo stato d'animo comprometteva anche il suo fisico, lo stomaco, i suoi nervi. L'essere così sensibile aveva punito gli occhi, organo vulnerabile per eccellenza. In quel momento non era la morte a spaventarlo, ma l'impossibilità di vivere la felicità, di averla conosciuta, anche solo per un attimo. Questa speranza a cui riuscì con forza a rimanere aggrappato aveva un nome: Fanny. Nobildonna fiorentina sensuale che frequentava molti letterati, era forse solo un'illusione, ma in quel momento l'unica possibilità di vivere era riposta nei suoi occhi. Si sentiva meglio; se la vita gli aveva concesso ancora la possibilità di vedere il suo sguardo un motivo c'era. Lei aveva, però, altro a cui pensare; le sue figlie, la mondanità che tanto la affascinava e dentro non si curava di quanto avrebbe potuto aiutare quell'animo dolce di Giacomo, che si accontentava di averla vicina, di potersi recare a trovarla, affascinandola con i suoi discorsi e componendo per lei lettere struggenti.

Cara Fanny. Non vi ho scritto fin qui per non darvi noia, sapendo quanto siete occupata. Ma in fine non vorrei che il silenzio vi paresse dimenticanza, benché forse sappiate che il dimenticar voi non è facile. Mi pare che mi diceste un giorno, che spesso ai vostri amici migliori non rispondevate, agli altri sì, perché di quelli eravate sicura che non si offenderebbero, come gli altri del vostro silenzio. Fatemi tanto onore di trattarmi come uno de' vostri migliori amici; e se siete molto occupata, e se lo scrivere vi affatica, non mi rispondete. Io desidero grandemente le vostre nuove, ma sarò contento di averne da Ranieri o dal Gozzani, ai quali ne domando.

Delle nuove da me non credo che vi aspettiate. Sapete ch'io abbomino la politica, perché credo, anzi vedo che gl'individui sono infelici sotto ogni forma di governo; colpa della natura che ha fatti gli uomini all'infelicità; e rido della felicità delle masse, perché il mio piccolo cervello non concepisce una massa felice, composta d'individui non felici. Molto meno potrei parlarvi di notizie letterarie, perché vi confesso che sto in gran sospetto di perdere la cognizione delle lettere dell'abbiccì, mediante il disuso del leggere e dello scrivere. I miei amici si scandalizzano; ed essi hanno ragione di cercar gloria e di beneficare gli uomini; ma io che non presumo di beneficare, e che non aspiro alla gloria, non ho torto di passare la mia giornata disteso su un sofà, senza battere una palpebra. E trovo molto ragionevole l'usanza dei Turchi e degli altri Orientali, che si contentano di sedere sulle loro gambe tutto il giorno, e guardare stupidamente in viso questa ridicola esistenza.

Ma io ho ben torto di scrivere queste cose a voi, che siete bella, e privilegiata dalla natura a risplendere nella vita, e trionfare del destino umano. So che ancor voi siete inclinata alla malinconia, come sono state sempre e come saranno in eterno tutte le anime gentili e d'ingegno. Ma con tutta sincerità, e non ostante la mia filosofia nera e disperata, io credo che a voi la malinconia non convenga, cioè che quantunque naturale, non sia del tutto ragionevole. – Almeno così vorrei che fosse.

Ho incontrata più volte la Contessa Mosti, la quale anche mi ha dato le vostre nuove. Addio, cara Fanny: salutatemi le bambine. Se vi degnate di comandarmi, sapete che a me, come agli altri che vi conoscono, è una gioia e una gloria il servirvi. Il vostro Leopardi.

Dietro a questi versi e nel suo animo vive una continua illusione; Giacomo era sensibile, un sognatore, e a quell'amore, a quelli sguardi sinceri ci credeva davvero. Questo lo condusse a soffrire indicibilmente; con Fanny svanì qualsiasi possibilità di essere felice e ciò influì anche sul morale e sulla sua salute.

I sentimenti provati per Fanny ispirarono i componimenti del "ciclo d'Aspasia", a lei dedicati. Nella poesia A sé stesso dichiara la fine dell'amore; la delusione è viva e scava una ferita nell'animo, il suo cuore riposa ora per sempre, finalmente, dopo essersi illuso. La conclusione è amarissima; la vita è amarezza, noia, nient'altro: solo un'infinita vanità del tutto.

Giacomo ammette la sua amarezza, non nasconde la tristezza e spesso scoppia in lacrime, senza vergognarsi di fronte al lettore, come nel componimento Alla luna del 1819, uno dei più alti ed emozionanti in cui il poeta si rivolge direttamente alla luna come a un'amica a cui confidare i propri segreti, nonostante il passare degli anni. Giacomo afferma infatti che è ormai passato un anno da quando era salito sul colle, quello dell'Infinito, per contemplarla. La situazione è la stessa, così come il suo stato d'animo; egli vede ancora l'immagine della luna offuscata e tremante per le lacrime dei suoi occhi, bagnati per i malinconici pensieri che affiorano la sera, per la lontananza e l'illusione dell'amore.
Una lacrima, una piccola goccia scende dagli occhi del poeta ad esprimere un moto della sua anima, segno indelebile nell'oceano della vita; una goccia che anche per Fryderyk fu decisiva. Essa ritorna in una delle sue più profonde melodie e fu proprio il motivo per cui finì la già difficile relazione con George Sand. Anzi questa goccia aveva un nome e un volto, quello della figlia di George, Solange.

Quando Fryderyk iniziò a frequentare Madame Sand, Solange aveva solo dieci anni e non aveva mai conosciuto una figura paterna. Inoltre la madre le preferiva sempre suo fratello Maurice. Chopin divenne presto il suo unico punto di riferimento, il padre mai avuto, l’unico che le dimostrasse affetto e comprensione. Fryderyk le insegnava a suonare il pianoforte con amore e parlava spesso con lei che sentiva di potergli confidare tutto. Ciò non dispiacque alla madre, ma intanto Solange cresceva e sembra che la Sand sia arrivata ad essere addirittura gelosa della figlia.

Quello che portò alla fine della relazione tra Fryderyk e George Sand fu proprio un episodio riguardante Solange. Innamoratasi di uno scultore e decisa a fidanzarsi, ella confidava tutti i suoi sentimenti per la relazione a Fryderyk, il quale partecipava con emotività alla vicenda. La madre era invece ignara della relazione e si oppose con decisione al matrimonio, mentre Fryderyk si schierò con Solange. Alla fine il matrimonio si farà, anche senza l’approvazione della madre.

Chopin scriverà in una lettera riguardo una visita di Solange maritata alla madre che si trovava a Nohant: “Sua madre l’ha ricevuta freddamente, e le ha detto che separandosi dal marito potrebbe tornare a Nohant. Sol ha visto la sua camera nuziale trasformata in teatro… Si potrebbe credere che ella abbia voluto sbarazzarsi in una volta della figlia e di me, perché eravamo incomodi… turba l’esistenza della figlia… non le ha detto una sola parola. Non rimpiango di averla aiutata a sopportare gli otto anni più delicati della sua vita, quelli in cui la figlia cresceva, quelli in cui educava il figlio… Rimpiango che la figlia, questa pianta così perfettamente curata, riparata contro tanti uragani, sia stata spezzata nelle mani materne”.

Fryderyk e la Sand si rividero per caso solo tempo dopo, il 4 marzo del 1848. Ella strinse la sua mano fredda e tremante. Lui le chiese se aveva avuto recenti notizie di sua figlia.

"Da una settimana", rispose lei.

"Ieri non ne avete avute? L’altro ieri?". Aggiunse Fryderyk.

"No", disse la Sand.

"Allora vi annuncio che siete nonna. Solange ha una bambina e sono contento di potervi dare per primo questa notizia". Poi i due si salutarono e si allontanarono. Poco dopo Fryderyk ebbe rimorso e tornò indietro; aveva dimenticato di aggiungere che Solange e la bambina stavano bene. Anche la Sand lo stava rincorrendo, voleva parlargli un po’ di più, ma non aggiunsero altro. Lei gli sorrise. Non si rividero più.

O graziosa Luna, io mi rammento
che, or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva,
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto,
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, ché travagliosa
era mia vita: ed è, né cangia stile,
o mia diletta Luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l’etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l’affanno duri!

La fine di un amore grande non lascia mai un'anima sensibile come prima, una volta passato non svanisce del tutto, anzi prende una consapevolezza sempre più positiva e riesce ad osservare con più chiarezza ciò che ha vissuto, con la nostalgia del ricordo, ma allo stesso tempo con la gioia di aver donato qualcosa di sé cercando in ogni modo di portare il bene alla persona amata.

In Aspasia, Giacomo riflette su ciò che ha vissuto, già con uno sguardo più distaccato, sulla natura dell'amore come estrema illusione dell'uomo. Il poeta continua a sognare l'amata, a trovarla in ogni volto che incontra per strada, provando, come un tempo, una sensazione di felicità e tormento. Riesce però anche a sentire una serenità prima sconosciuta e mentre si trova in riva al mare a contemplare l'immenso, riesce ora a sorridere...

"Qui neghittoso immobile giacendo, il mar la terra e il ciel miro e sorrido"...

Dietro dunque alle sofferenze d'amore, a quella ricerca di un senso per cui riuscire a superare le difficoltà e quei momenti di innata malinconia, si nota come i componimenti dei due poeti siano pieni di speranza e gioia, di una sensibilità altissima e una propensione a toccare le profondità più recondite dell'animo umano.
Leggendo il celebre Canto notturno di un pastore errante dell'Asia o ascoltando un Notturno riusciamo ad avvicinarci all'essenza della vita, attraverso delle domande semplici ed essenziali e a coglierne fino in fondo il mistero con la delicatezza con cui la melodia ci culla.

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,

Silenziosa luna?

[...]

E quando miro in cielo arder le stelle;

Dico fra me pensando:

A che tante facelle?

Che fa l'aria infinita, e quel profondo

Infinito seren? che vuol dir questa

Solitudine immensa? ed io che sono?


La fotografia, l'unica scattata a Chopin, e il ritratto di Leopardi ci danno un'idea del loro aspetto negli ultimi anni di vita.
Entrambi furono confortati da veri legami d'amicizia; Giacomo con Antonio Ranieri che lo ospitò nella sua casa, Fryderyk con il pittore Eugène Delacroix.
Grazie al Ranieri, Giacomo poté inoltre stringere un affettuoso legame con il poeta e drammaturgo August von Platen, il quale, si dice, non dimenticasse un solo giorno di far visita all'amico malato, del quale scrive:
"Leopardi è piccolo e gobbo, il viso ha pallido e sofferente, ed egli peggiora le sue cattive condizioni col suo modo di vivere, poiché fa del giorno notte e viceversa. Senza potersi muovere e senza potersi applicare, per lo stato dei suoi nervi, egli conduce una delle più miserevoli vite che si possano immaginare. Tuttavia, conoscendolo più da vicino, la finezza della sua educazione classica e la cordialità del suo fare dispongon l'animo in suo favore. Io lo visitai spesso"...

Sensibili, fragili di salute, Chopin e Delacroix trascorrevano insieme intere sere a parlare di arte, musica, sostenendosi nel quotidiano. Si capivano con il cuore, perché tutti e due vivevano con lo spirito, da veri artisti romantici. Scriveva Delacroix:
"Ho sempre dei lunghi colloqui con Chopin, che amo molto e che è un uomo di rara distinzione: è l'artista più vero che io abbia incontrato. Fa parte di quel ristretto numero di coloro che si possono ammirare e stimare".

Il loro era dunque un legame vero; restarono uniti fino alla fine e insieme trovavano quel conforto che nessun altro affetto riuscì a donarli, nelle loro chiacchierate un momento di pace e felicità nel vuoto inspiegabile che si prova, soprattutto alla sera, e nelle incolmabili tristezze delle vite d'artista.

"La sera, da Chopin. L'ho trovato molto accasciato, quasi senza respiro. La mia presenza, dopo un po' gli ha fatto bene. Mi diceva che la noia è il suo tormento più crudele. Gli ho chiesto se avesse conosciuto, in passato, il vuoto insopportabile che io sento ogni tanto. Mi ha risposto che sapeva sempre occuparsi di qualche cosa; una occupazione, anche poco importante, riempe i momenti vuoti ed evita queste sensazioni. I dispiaceri sono un'altra cosa"...

Queste righe furono scritte il 14 aprile del 1849. Chopin era ormai stanco, privo di forze, segnato da anni di sofferenza; si spense poco dopo, giovanissimo, a soli 39 anni, la notte del 17 ottobre dello stesso anno. Accanto a lui sul letto di morte, l'amico Delacroix.

L'ultimo desiderio di Fryderyk fu quello di essere sepolto vicino a un musicista, un compositore italiano, morto anche lui troppo giovane quando era appena giunto a Parigi per iniziare una grande carriera di successo: Vincenzo Bellini. Dolce è pensare che Fryderyk, amante del canto italiano, volesse riposare per sempre cullato dalle note così profonde di Bellini in cui forse spesso la sua anima aveva cercato rifugio durante la vita.
Giacomo morì qualche anno prima, nel 1837, circondato dall'affetto di Ranieri e della sorella di quest'ultimo, Paolina, nella quale il poeta rivedeva la sua amata sorella. Uno degli ultimi suoi componimenti fu La ginestra, dettata all'amico Ranieri, con cui sembrava voler riuscire in tempo a lasciare un ultimo grande capolavoro, capace di trasmettere un messaggio positivo, cioè quello di una possibile solidarietà umana al fine di trovare la forza per il divenire e superare ogni divisione. Solo prendendo coscienza della propria piccolezza e accettando il suo destino, l'uomo saprà sopportare il male di vivere e resistere all'onnipotenza della natura. Gli ultimi versi del canto Il tramonto della luna sarebbero invece stati scritti pochi istanti prima della morte. Giacomo, come Fryderyk, si spense a 39 anni.

Muor giovane colui ch'al cielo è caro.

Menandro

(Epigrafe alla poesia Amore e Morte di Leopardi)

A Pietro