Canto XI

Oderisi da Gubbio

Giudizio universale (dettaglio con il ritratto di Dante) - Giotto - 1335 circa - Firenze, Museo Nazionale del Bargello

Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura.

Varcata la porta del Purgatorio nel Canto IX, per Dante e Virgilio, lasciatesi alle spalle l'Antipurgatorio, comincia la vera e propria ascesa attraverso le sette cornici della montagna, sulla cui sommità è l'Eden, preludio alla cantica del Paradiso.
Nella prima cornice i due pellegrini incontrano gli spiriti dei superbi, ai quali è inflitta la pena di avanzare curvi sotto il peso di macigni, costretti a guardare in basso dove sono raffigurati, su di un pavimento di candido marmo bianco, bassorilievi con esempi di superbia punita e di celebrazione del sentimento di umiltà, in un confronto fra la loro condizione attuale e quella che dovrà essere al termine del salvifico cammino, elemento centrale nella cantica.

Si capisce subito l'importanza e il ruolo dell'arte nel canto, divenuto celebre, ancor più che per i personaggi incontrati dal Poeta, in quanto una delle prime forme di critica artistica, di cui ci racconta l'autore del poema con la consueta capacità di sintesi e di rendere eterno un momento, con tutta la potenza espressiva dei suoi versi. Ancor di più, con questo canto l'arte comincia quel percorso di crescita e di acquisizione di prestigio che la condurrà, dall'essere considerata una semplice attività manuale nel Medioevo, sino al Rinascimento, dove ai grandi protagonisti fiorentini, con i loro capolavori, vennero finalmente riconosciute il valore intellettuale e la portata delle loro innovazioni.
Grazie all'incontro con Oderisi da Gubbio, il più celebre miniatore dell'epoca di Dante, scopriamo come anche attraverso l'arte si possa diventare famosi nel mondo, seppur ricordando il valore effimero della gloria terrena, che dura un istante rispetto a quella celeste, a cui deve essere rivolto il desiderio e l'agire umano: "Oh vana gloria de l'umane posse! com' poco verde in su la cima dura". Il miniatore, conosciuto dall'Alighieri a Bologna e, secondo il critico aretino Giorgio Vasari, amico di Giotto, fornisce un esempio di estrema importanza per gli storici dell'arte, affermando che il successo di Cimabue, presso la cui scuola egli stesso ebbe modo di formarsi, è stato superato in poco tempo da quello di Giotto, il suo migliore allievo che ora è considerato lo stupore del secolo, proprio a scapito del maestro, la cui grandezza è stata offuscata.
Il canto è anche un'occasione per Dante di celebrare il suo coetaneo concittadino Giotto, nonché amico da cui era unito da profonda e reciproca stima. Giotto è prezioso poiché avrebbe lasciato, nella cappella del Podestà o di Santa Maria Maddalena, presso il palazzo del Bargello di Firenze, uno dei più fedeli ritratti dell'Alighieri, del quale non è rimasto nulla, nemmeno uno scritto o un vestito. Nell'affresco vediamo il Poeta raffigurato di profilo nel Paradiso, con il volto lungo, i lineamenti pronunciati e quel naso aquilino con cui è solito ritrarlo la ritrattistica successiva, forse accentuandone il dettaglio.
I brevi ma così intensi versi pronunciati da Oderisi da Gubbio, che appaiono scritti osservando i meravigliosi affreschi della basilica di San Francesco d'Assisi o la Cappella degli Scrovegni a Padova, divengono il poetico omaggio che unisce il padre della lingua italiana, grazie al capolavoro della Divina Commedia, e il padre delle arti figurative, Giotto, la cui impresa a Padova è divenuta l'equivalente artistica del poema, opere eterne riferibili più o meno agli stessi anni.
Se Dante aveva infatti posto al centro del suo percorso ultraterreno la psicologia e i moti dell'anima dei personaggi, grazie a Giotto tutto questo diviene pittura e l'espressività contenuta di Cimabue viene trasformata in emotività carica di reale e concreta bellezza, compiendo la rivoluzione del conferire uno spirito alle figure, introducendo i sentimenti nell'arte, filo rosso che porterà a Masaccio e Piero della Francesca, per arrivare sino a Raffaello Sanzio.

Giotto dipinge il ritratto di Dante - Dante Gabriel Rossetti - 1852

Così le Vite del Vasari: «Ma per tornare a Cimabue, oscurò Giotto veramente la fama di lui, non altrimenti che un lume grande faccia lo splendore d'un molto minore; perciò che sebbene fu Cimabue quasi prima cagione della rinovazione dell'arte della pittura, Giotto nondimeno, suo creato, mosso da lodevole ambizione et aiutato dal cielo e dalla natura, fu quegli che andando più alto col pensiero, aperse la porta della verità a coloro che l'hanno poi ridotta a quella perfezzione e grandezza, in che la veggiamo al secolo nostro; il quale avezzo ogni dì a vedere le maraviglie, i miracoli, e l'impossibilità degli artefici in quest'arte, è condotto oggimai a tale, che di cosa che facciano gli uomini, benché più divina che umana sia, punto non si maraviglia».


Bibliografia
Parte artistica

  • Il mestiere dell'artista. Dal Trecento al Seicento - Claudio Strinati - Sellerio
  • Arte italiana. Mille anni di storia - Antonio Paolucci - Giunti
  • Il gioco della pittura - Philippe Daverio - Rizzoli
  • Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti - Giorgio Vasari - Newton Compton editori