A domani, Amore mio

Francesco Petrarca è il più grande poeta d'amore italiano di tutti i tempi. È grazie a lui se quando scriviamo o esprimiamo i nostri sentimenti riusciamo a dire quello che proviamo, quello che sentiamo nel nostro cuore e a far sì che quelle parole giungano nel cuore della persona amata. È con lui che nasce la moderna poesia d'amore, di più, è con lui che nasce la poesia moderna. Attraverso il suo esempio tutti i poeti successivi hanno fatto dell'amore il tema dominante, amore che, col passare dei secoli, è sempre perdita e mancanza, dissidio, portatore di lacrime e sospiri, angoscia esistenziale, ma soprattutto gioia, vera felicità, di quel senso profondo dell'esistere che l'uomo cerca per la sua intera esistenza. Non vi è nulla di più grande di quando scopriamo di essere innamorati, di quando la nostra felicità dipende totalmente dalla persona amata, scorgendo in essa il senso ultimo della nostra esistenza.
Attraverso la lettura di Dante abbiamo compreso che l'amore è la scintilla del divino posta nel cuore di ognuno di noi, è quindi ciò che ci lega all'eterno; che Dio è Amore ed il significato di tutto il creato coincide con il senso più profondo di questo sentimento. Il Poeta ha scelto Beatrice come tramite per giungere sino a Dio; ella diviene nella Commedia il mezzo per salire di cielo in cielo, donandole così, attraverso la scrittura, il regalo più alto e prezioso che qualunque innamorato abbia potuto fare a una donna.
Se Dante, nonostante le poesie giovanili che esprimono chiaramente e frequentemente le sue sofferenze amorose, ha fatto dell'amore il senso finale del suo viaggio verso il Paradiso, Petrarca lo pone al centro della sua poetica per scrutare nell'intimo della sua anima, nei propri dissidi interiori, nella sua ricerca di uomo di un età di crisi, di cambiamento. È forse per questo che l'amore di Petrarca lo sentiamo a noi più vicino, ritrovandoci, perché egli arriva a ribellarsi, a benedire il giorno che ha incontrato Laura, ma anche ad affermare che quel giorno Amore lo ha colpito a tradimento con la sua freccia, accomunando quell'istante alla Passione di Cristo. L'amore è in tutti i sensi la sua umana passione e Laura una Beatrice terrena, legame che lo tormenterà sino all'ultimo giorno, che lo farà piangere e illudere, che lo salverà...
La religione è un elemento fondamentale nella sua opera; il titolo del suo capolavoro, il Canzoniere, o meglio, Rerum vulgarium fragmenta, "Frammenti di componimenti in volgare", fa riferimento all'idea di Sant'Agostino secondo la quale scrivere è rimettere insieme i frammenti della propria vita. Per Petrarca scrivere è infatti un'urgenza, un rifugio nell'esistenza, un bisogno di essere compreso, e l'amore è visto come il filo che unisce tutti questi pezzi. Affermava inoltre Agostino che in interiore homine habitat veritas, "la verità abita nell'interiorità dell'uomo", ecco perché il poeta pone il suo interesse alla propria anima.
Il Canzoniere è una storia d'amore, è il romanzo di Laura, l'unica opera redatta in volgare insieme ai Trionfi. Egli riteneva il latino la nobile lingua che lo avrebbe elevato, conferendogli fama e immortalità presso i posteri; Petrarca affermava di tenere in poco conto i propri componimenti in volgare, tanto da chiamarle "nuge", cioè "bazzecole", ma questo atteggiamento è contraddetto dalla cura con cui lavorò per anni, sino agli ultimi giorni di vita, a perfezionare i suoi versi volgari, all'ordinare le numerose liriche. Egli scriveva persino all'amico Boccaccio in latino, diceva addirittura di pensare in latino, ma l'opera con cui oggi è ricordato è proprio il Canzoniere. Questa è la prima grande contraddizione di Petrarca, un uomo di un'età di passaggio tra due epoche, il Medioevo da un lato e l'età moderna dall'altro, incentrata sull'autonomia dell'uomo, ad un Umanesimo che riporta l'essere umano al centro dell'Universo. Da questa collocazione gli deriva un perpetuo dissidio interiore, una personalità tormentata, lacerata da contraddizioni insolute, tra l'aspirazione a una vita pura, al fine di trovare la pace e la salvezza in Dio, e dall'altra il richiamo dei beni mondani, i piaceri, la ricchezza, la gloria. Ed è questo il secondo aspetto, dopo il suo modo di vivere l'amore, che avvicina il poeta a noi, immersi in un'epoca più che mai incerta, in cui i valori spesso vengono dimenticati in nome di felicità illusorie che non portano ad altro se non la privazione del desiderio. La scrittura è per lui scavo interiore, analisi della propria coscienza; ciò rende molto moderna e attuale la sua opera.
Le pagine del Canzoniere ci offrono un'avventura umana affascinante, consentendoci di addentrarci nei labirinti di un'anima che diviene lo specchio di quella di ognuno di noi. È un'opera che ci permette di conoscerci meglio, di capire come siamo fatti, di sognare, di illuderci, di amare veramente. La lettura può essere vista come quella di un diario, da considerare più che mai personale, da leggere tutti i giorni, magari prima di spegnere la luce e mettersi a dormire. Petrarca l'ha proprio costituita di 366 componimenti, quindi come il numero dei giorni dell'anno, escludendo il sonetto proemiale, pensando all'amata Laura e ad un modo di esserle vicino nonostante la lontananza, come se, leggendo alla sera una poesia, lui fosse lì vicino a lei a darle la buonanotte, a dirle "a domani", dedicandole quel sentimento, quella giornata, quell'intero anno della sua vita. Il regalo dell'innamorato Petrarca è far sì che ogni volta che un lettore riprenda i suoi versi rinnovi quel sentimento d'amore, donandogli nuova vita, rendendo così eterna l'esistenza di Laura.

Il ruolo di noi lettori è dunque centrale e proprio al lettore si rivolge l'autore nel sonetto proemiale:

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,

del vario stile in ch’io piango et ragiono
fra le vane speranze e ’l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;

et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

Si nota già dal primo verso come Petrarca non voglia assegnare troppa importanza ai propri componimenti in volgare, che sono appunto "rime sparse", scritte cioè occasionalmente, ma allo stesso tempo autonome e autosufficienti, dunque portatori di significato anche prese singolarmente e staccate dal resto del libro, sebbene unite a formare un racconto ben preciso.
Petrarca prosegue dichiarando che racconterà la storia del suo amore giovanile, del suo "primo giovenile errore", quando era in parte un uomo diverso da quello che è oggi. L'uomo che racconta si sente dunque diverso dall'uomo che ha vissuto quella storia; ora è maturato e libero da quell'alienazione amorosa che aveva tutti i caratteri della passione, vivendo in un continuo alternarsi di gioia e dolore, speranza e angoscia, cercando adesso la comprensione del lettore, o meglio, di chiunque si intenda d'amore. Vi è qui da sottolineare l'evidente differenza con Dante, il quale, nel dichiarare i propri sentimenti più intimi, si confida al pubblico femminile, alle donne gentili che hanno intelletto d'amore, la sensibilità quindi di comprendere il suo stato emotivo, al fine di "isfogar la mente". La volontà di Petrarca è invece quella di rivolgersi a chiunque lo possa capire, ad un pubblico più vasto, elemento che troverà la sua piena realizzazione nel petrarchismo, fenomeno importantissimo a livello letterario che consiste nell'imitazione, cominciata già sul finire del Trecento, sviluppatasi nel Quattrocento e arrivata al punto più alto nel Cinquecento, dell'autore del Canzoniere, il quale venne posto da Pietro Bembo come modello principale per chiunque volesse fare poesia. Boccaccio venne invece posto come riferimento per la prosa, in particolare per il capolavoro del Decameron. Il Bembo assegnò dunque a Petrarca e Boccaccio il ruolo di colonne fondamentali per chiunque volesse accostarsi allo scrivere, rispettivamente in poesia e prosa, lasciando da parte il Sommo Poeta come modello inarrivabile. Nulla toglie, però, all'importanza del Petrarca, che lavorò senza sosta al fine di divenire un modello imitabile, scegliendo minuziosamente un numero limitato di parole nel Canzoniere, arrivando così ad essere ripreso sino al Novecento, amato in età romantica da Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi, ma in precedenza anche da William Shakespeare; influente non solo, dunque, nella letteratura italiana, ma anche in quella inglese, francese e spagnola.
Il sonetto proemiale si conclude con la riflessione "che quanto piace al mondo è breve sogno"; i piaceri terreni sono infatti vani e illusori come un sogno, e il poeta, che non vuole essere oggetto di pettegolezzi da parte del popolo, del volgo, ne prende nettamente le distanze pentendosi per aver vaneggiato in quei sentimenti d'amore, perdendo il contatto con la realtà. Si scoprirà nei successivi componimenti come questa sia una delle tante contraddizioni dell'autore, per il quale l'amore è uno dei fili conduttori della sua vita, della sua poetica.

La narrazione prosegue con quattro sonetti legati dal motivo amoroso. Nel primo Petrarca riprende il tema, tipico di Guido Cavalcanti, dell'amore come battaglia, rifacendosi ad alcuni strumenti bellici come l'arco e la freccia, che colpisce senza pietà il cuore di chi lo ha offeso, cercando di respingerlo. L'amore, il soggetto nel sonetto, compie così la sua vendetta verso il poeta, sorpreso dall'assalto così improvviso e violento, il quale non fece in tempo a ritirarsi in un luogo sicuro, cioè "al poggio faticoso et alto" della razionalità.

Per fare una leggiadra sua vendetta
et punire in un dí ben mille offese,
celatamente Amor l’arco riprese,
come huom ch’a nocer luogo et tempo aspetta.

Era la mia virtute al cor ristretta
per far ivi et ne gli occhi sue difese,
quando ’l colpo mortal là giú discese
ove solea spuntarsi ogni saetta.

Però, turbata nel primiero assalto,
non ebbe tanto né vigor né spazio
che potesse al bisogno prender l’arme,

overo al poggio faticoso et alto
ritrarmi accortamente da lo strazio
del quale oggi vorrebbe, et non pò, aitarme.