Perdita d'aureole

Mio caro fratello, la famiglia dei pittori, con i suoi grandiosi e significanti crucci, con le sue tragedie, con i suoi dolori e afflizioni, ha una certa benevolenza a suo favore, una certa sincerità, una certa qualità umana genuina. Mi chiedo <<cosa fa di me un essere umano?>>. Émile Zola dice <<io, un artista, voglio vivere la vita a pieno, senza una motivazione recondita, ingenuo come un bambino, no, non come un bambino, come un artista, con bontà, come si apre la vita>>, perciò ho trovato qualcosa, ci ho messo del mio meglio in questo…

Curioso e spesso malinconico è vedere come si trovino soli ed emarginati artisti geniali e proprio per questo incompresi. Figure che hanno cercato il vero senso della vita, osservando con passione tutti i suoi colori e restando inebriati da ogni suo profumo. Geni immortali che hanno scavato nelle profondità dell’esistenza, rischiando di essere considerati pazzi, di arrivare alla follia, mettendo in gioco la loro stessa vita: Vincent Van Gogh e Charles Baudelaire.

Un artista è colui che decide di vivere ogni sentimento nella sua totalità, godendo per piccole felicità e struggendosi per ogni dolore: animi sensibili, sono come bambini, semplici, dal cuore buono, curiosi al cospetto della vita, capaci di meravigliarsi e così folli da essere sempre sé stessi.

Quell’essere diversi è ciò che salva dal mondo, ma allo stesso tempo porta a sentirsi drammaticamente soli come le sedie di Terrazza del caffè la sera e disperati come i vagabondi di Caffè di notte.

“Nel mio quadro Caffè di notte, ho cercato di esprimere come il caffè sia un luogo dove ci si può rovinare, diventare folli, commettere un delitto”.

Sono i colori e gli ambienti raffigurati che esprimono l’anima di Van Gogh e raccontano le sue aspirazioni semplici ma irrealizzabili, le sue aspettative deluse, la sua solitudine e la fatica di vivere. Egli considerava il caffè notturno come l’ultimo rifugio degli ubriachi e degli artisti falliti in cerca di conforto.

L’inquietudine di questi geni trova spesso rifugio nella disperazione; Baudelaire si sente anch’egli abbandonato nel mondo, addirittura inesistente immerso nella folla. In mezzo alla folla si sperimenta la condizione dell’anonimato: si prova l’ebrezza di non essere riconosciuti e di non riconoscere nessuno, ciò assomiglia molto alla perfetta libertà. Subito, però, si avverte un senso di terrore e angoscia; gli sguardi che si incrociano ma non si guardano e la confusione che si vive in una grande città sono caratteristiche tipiche dei moderni e Baudelaire fu il primo poeta che riuscì ad esprimerle pienamente.

Tra i frastuoni delle città e la confusione della folla, possono rivelarsi per un attimo anche la bellezza e l’amore: nella poesia A una passante, Baudelaire narra di un amore non vissuto, iniziato e concluso in uno sguardo che però rimane indelebile per il poeta. Il momento in cui i loro occhi si incrociano annuncia la felicità e subito la revoca, mentre la donna si allontana e sparisce tra la gente. Nonostante non possano stare insieme l’autore afferma che ad entrambi quello sguardo ha lasciato dentro la convinzione che si sarebbero amati.

A una passante

Urlava attorno a me la via, senza pietà.

Alta, snella, in gramaglie, sovranamente triste,

con sontuosa mano sollevando le liste

dell'abito, guarnito di ondosi falbalà,

e con gamba di statua, passò una donna: vidi,

bevvi nell'occhio suo, con spasimi d'insano,

come in un cielo livido, gravido d'uragano,

dolcezze ammalianti e piaceri omicidi.

Fu un lampo... poi la notte. Fuggitiva beltà,

nel cui sguardo, all'istante, l'anima mia risorse,

non ti vedrò più dunque che nell'eternità?

Altrove, e via di qui! Troppo tardi! mai, forse!

Poiché corriamo entrambi a ignoto e opposto sito,

o tu che avrei amato, o tu che l'hai capito!

L’abbandono, l’impossibilità di condurre una vita serena, la mancanza di affetto: è questo che fa soffrire e rende pazzi. Per un artista basta poco per essere ferito dalla realtà, da un mondo che celebra vani ideali e si accorge troppo tardi di chi ha appena perduto…

Quando poi si vive direttamente l’esperienza della perdita di un amore, soprattutto se il primo, quello che Vincent ha vissuto nei suoi vent’anni per Eugenie, tutto diventa insopportabile, privo di senso. E piano piano la vita se ne va come quella donna amata alla follia.

Baudelaire fu legato per tutta la vita da una passione turbolenta nei confronti di Jeanne Duval. Un amore ossessionante, sensuale, a cui non poteva fare a meno e che vide andarsene presto quando la donna fu colpita da un male improvviso.

È a causa di queste sofferenze e di questi vuoti incolmabili che un artista, che già deve fare i conti con la sua genialità non compresa dal mondo, con la propria emarginazione, diviene consapevole di essere diverso, non adatto per questa esistenza. Così preferisce rinchiudersi in un mondo poetico autonomo, nella solitudine, incarnando, come fece Baudelaire, la figura del dannato, e perdendo l’aureola, simbolo della sacralità del poeta e della sua funzione.

Baudelaire immagina un dialogo tra due personaggi in cui uno di questi, lui stesso, camminando per le vie di Parigi, vede cadere nel fango l’aureola di poeta. Essa, una volta caduta, non è più recuperabile: chi la raccoglierà, ostinandosi ad indossarla, non potrà che essere un cattivo poeta. In tutto ciò l’autore vuole mostrare il cambiamento della figura e del ruolo sociale dell’artista.

Perdita d'aureola

"Eh! che! voi qui, mio caro? Voi, in un bordello! voi che sorseggiate la quintessenza! voi che mangiate l'ambrosia! In verità c'è da lasciarmi stupefatto".

"Mio caro, voi conoscete il mio terrore dei cavalli e delle carrozze. Poco fa, mentre attraversavo la via in tutta fretta, mentre saltellavo nel fango, attraverso quel mobile caos in cui la morte giunge al galoppo da tutti i lati allo stesso istante, la mia aureola, per un brusco movimento, è scivolata dalla mia testa nella fanghiglia della strada. Non ho avuto il coraggio di raccattarla. Ho pensato che fosse meno sgradevole perdere le mie insegne che rompermi le ossa. E poi, mi sono detto, non tutto il male viene per nuocere. Posso ora passeggiare in incognito, fare delle basse azioni, darmi alla crapula come i semplici mortali. Ed eccomi qui, del tutto simile a voi, come vedete!"

"Dovreste almeno mettere un annuncio per questa perdita d'aureola, o denunciarla al commissario".

"Assolutamente no! Mi trovo bene qui. Voi solo mi avete riconosciuto. D'altronde la dignità mi annoia. E poi penso con gioia che qualche cattivo poeta la raccoglierà, e se ne incoronerà impudentemente. Rendere uno felice, quale gioia! E soprattutto far felice uno che mi farà ridere! Pensate a X, o a Z! Che buffonata, no?"

Nel 1887 Vincent si trova a Parigi dove da poco è entrato in contatto con la pittura impressionista che segnerà la sua produzione artistica da questo momento in avanti. Questo rinnovamento di stile si può ritrovare in Autoritratto con cappello di feltro eseguito proprio in quell’anno. Il pittore si dipinge in abiti mondani e formali seguendo la moda degli artisti parigini dell’epoca. L’elemento centrale del quadro sono gli occhi che appaiono essere il punto iniziale da cui si estende una luce diffusa che illumina il dipinto. Vincent mostra questo effetto creando una sorta di aureola intorno alla sua testa con pennellate decise e concentriche. Mentre lui si rappresenta in linea con i canoni di questa ristretta società, il suo sguardo sembra puntare verso un obiettivo più grande di lui.

Sempre circondato da un’aureola lo ritroviamo nel 1888 nel suo Autoritratto dedicato a Paul Gauguin. Questa volta l’artista si rappresenta meno agghindato, con una presenza quasi monacale, vestito di un semplice abito scuro e con i capelli tagliati molto corti. Inoltre è possibile notare l’assenza di tensione nelle pennellate, distese in modo piatto e non più con l’impeto precedente. Richiamando la dimensione iconografica dei santi, la luce appare alle sue spalle rischiarando la realtà intorno. Nei suoi occhi, però, incomincia a mancare quella determinazione spirituale che fin da giovane lo aveva contraddistinto.

“Più divento dissipato, malato, vaso rotto, più io divento artista, creatore… con quanta minor fatica si sarebbe potuto vivere la vita, invece di fare dell’arte”.

Nell’autoritratto del 1889, successivo alle quattro gravi crisi nervose durante le quali, come scrive alla sorella Wil, “non mi rendevo conto di cosa dicessi, volessi o facessi” i tratti ondulati delle pennellate mostrano le tracce di questa grave perdita d’orientamento. Le tonalità del quadro variano dal verde al blu, con eccezione del rossiccio.

È importante notare come l’abito e lo sfondo abbiano lo stesso colore, e il contorno della sua giacca è l’unico elemento che marca una lieve separazione tra l’artista e l’ambiente circostante. Questo potrebbe rappresentare un tentativo di mettere a tacere l’inappagabile bisogno del genio di amalgamarsi con il resto del mondo, di essere compreso e di trovare elementi di similarità tra sé stesso e la società.

Come nei vortici agitati del cielo notturno di Notte stellata (1889) le spire labirintiche dello sfondo dell’autoritratto mostrano allo spettatore la perdita del dominio dell’artista sull’assoluto e il suo esserne ormai sovrastato.

Caro Theo,

essere sensibili, anche profondamente, alle bellezze della natura non significa essere religiosi, sebbene io ritenga che le due cose siano strettamente connesse l’una all’altra. Quasi tutti sentono la natura – chi più, chi meno – ma pochi sentono che Dio è spirito e che chiunque Lo adori deve adorarLo in spirito e in verità. I nostri genitori appartengono a quei pochi. E anche zio Vincent, credo.

È scritto: << Questo mondo passa con tutti i suoi splendori >>. Ma si parla anche di << quella buona parte, che non ci verrà portata via >> e di << una sorgente d’acqua che porta alla vita eterna >>. Preghiamo quindi di poter diventare ricchi in Dio. Ma non cercare di analizzare troppo queste cose – poco per volta ti appariranno più chiare – e fai come ti ho consigliato. Chiediamo che il nostro compito nella vita sia quello di diventare i poveri nel regno di Dio, i servi di Dio. Ne siamo ancora lontani; preghiamo affinché il nostro sguardo diventi chiaro, e allora il nostro intero corpo irradierà luce.

Nella frase introduttiva Vincent si rivolge al fratello Theo dicendo di averci messo del suo meglio a vivere la vita a pieno, con l’ingenuità di un artista.

Dai suoi autoritratti possiamo cogliere il suo essere predestinato, il volto di un uomo che nessuno riusciva a comprendere perché in grado di guardare oltre il reale. Profondamente animato dalla fede fin dalla giovinezza, guardò sempre alla sostanza, al senso profondo dell’esistere. Quello smarrimento interiore e difficoltà nel vivere sono i segni di chi ha rinunciato a una vita normale per l’arte, perdendo così l’aureola simbolo di grandezza in questo mondo. Vincent realizzò una quantità incredibile di opere in pochi anni; nonostante tutto vi era una ragione per farlo: la bellezza, la natura infinita, forse molto di più. Lui non era certo fatto per questa esistenza, ma per qualcosa che avvertiva dentro sé, un qualcosa che la sua genialità gli aveva fatto intravedere, “non so nulla con certezza, ma la vista delle stelle mi fa sognare”.

Negli ultimi giorni, nel pieno della follia artistica, si sentiva già parte di quella volta stellata che tanto lo affascinava. Mentre dipingeva si sparò un colpo di pistola per abbreviare la sua sofferenza; voleva raggiungere finalmente un cielo sereno oltre la realtà, una nuova vita infinita per la quale in questo mondo aveva messo del suo meglio…

"È questo mirabile, questo immortale istinto del bello che ci fa considerare la terra e i suoi spettacoli come una percezione, come una corrispondenza del Cielo. La sete insaziabile di tutto ciò che è oltre, e che la vita rivela, è la prova più viva della nostra immortalità. È con la poesia e attraverso la poesia, con la musica e attraverso la musica che l'anima intravede gli splendori che stanno oltre la tomba; e quando una poesia squisita porta le lacrime sul ciglio degli occhi, queste lacrime non sono la prova di un eccesso di godimento, ma piuttosto la testimonianza di una malinconia irritata, di una postulazione nervosa, di una natura esiliata nell'imperfetto e che vorrebbe impadronirsi immediatamente, su questa terra stessa, di un paradiso rivelato".

Charles Baudelaire