Al Re Umberto

Il 29 luglio del 1900 a Monza l'anarchico Gaetano Bresci uccise il re d'Italia Umberto I di Savoia, un episodio che sconvolse la storia del nostro paese segnando profondamente l'animo di Giovanni Pascoli, che poco dopo pubblicò sul settimanale "Il Marzocco" questo inno commosso, poi inserito nell'edizione di Odi e inni del 1906. L'autore, pur avendo avuto in gioventù simpatie per il movimento anarco-socialista, si propose di sostituire il suo maestro Giosuè Carducci, ormai malato, nel dare voce al dolore della nazione, riuscendo a comprendere bene la sofferenza della famiglia reale, probabilmente ripensando all'omicidio che da giovane lo aveva privato della figura paterna, un episodio che il poeta non riuscì mai a superare e che ricorre spesso nella sua produzione poetica, basti pensare al "pianto di stelle" del X agosto.
Composto da dodici strofe, l'inno si rivolge inizialmente al sovrano, ripercorrendo i concitati momenti dell'attentato, quando, finita la manifestazione ginnica a cui stava assistendo, salutò la folla che lo acclamava mentre in sottofondo riecheggiava la Marcia Reale. Il re, che una volta salito sul palco reale "restò sempre in piedi durante tutta la cerimonia" scrisse il Corriere della Sera, fu colpito dagli spari della rivoltella mentre era in piedi. Questo dettaglio è posto in primo piano nell'esordio del componimento, riprendendo una teoria del biografo romano Svetonio, che nella sua Vita di Vespasiano sosteneva che un imperatore dovesse morire in piedi. Umberto cadde esanime sulla sua carrozza mentre la folla lo acclamava, circondato da "Una schiera di giovani atleti" che, riportando le parole del re, erano "tutti giovanotti in gamba, tra cui mi sento ringiovanire". Fra gli atleti premiati vi erano anche alcuni giovani di Trento, chiamati dal Pascoli con il termine "cognati" ad indicare un legame di stretta parentela. La città, ancora sotto il dominio austriaco, veniva infatti considerata già a tutti gli effetti italiana.
Il sovrano morì alzando la mano, portata alla fronte in segno di saluto di quei giovani, scoprendo così il cuore, trafitto dai colpi di pistola del Bresci. Pascoli si rivolge a Umberto chiamandolo "Sire canuto", riferendosi al fatto che appariva invecchiato precocemente, vittima di alcuni disturbi fisici e delle preoccupazioni per le condizioni del paese, il tutto aggravato dai due attentati che aveva subito prima di quello che si rivelò fatale, a testimonianza della perdita di consensi della monarchia.
La sera dell'omicidio, in una caldissima serata estiva, il monarca fu incerto sino all'ultimo se recarsi alla manifestazione perché infastidito dalla tosse, decidendo sul tardi di andare inconsapevolmente incontro al proprio drammatico destino.
La fatalità dell'evento ispira al poeta, nella seconda parte, un'amara riflessione sul Male, inteso proprio come caso, sorte immutabile a cui l'uomo non può opporsi, per questo motivo l'autore invita ad astenersi dal compiere atti violenti contro il proprio simile, per risparmiare ai mortali ulteriori, inutili, sofferenze. 

In piedi, sei morto, tra i suoni
dell'inno a cui bene si muore:
in piedi: con palpiti buoni
nel cuore, colpito nel cuore:

tra grida più fiere che squilli,
di Viva! sei morto: ed al vento
tra gli altri cognati vessilli
batteva il vessillo di Trento:

sul campo; nell'ultima sera
guardando, tra i fremiti lieti,
che cosa, o Re morto? Una schiera
  di giovani atleti.

Sul campo, sei morto, una mano
levando alla fronte severa,
vedendo da presso e lontano,
vedendo, nell'ultima sera,

nell'ultimo istante, con gli occhi
guizzanti una luce corusca
di lancie d'ulani, con gli occhi
velati dall'ombra di Busca,

vedendo - là tra la minaccia
del nembo luceva una stella -
sei morto vedendoti in faccia
  l'Italia novella...

Viveva l'Italia novella,
viveva! E tu, Sire canuto,
vedendo ch'ell'era assai bella,
levavi la mano al saluto:

levavi al saluto la mano,
scoprendoti il cuore... Nel cuore
te un uomo - non era un ulano -
trafisse... oh! il Quadrato che muore

per te!... Il gran mare ha il suo fondo:
Re morto, tu eri mortale:
chi grande nel mondo?... Nel mondo,
  di grande, c'è il Male!

C'è il Male che piange, che prega,
ch'ha freddo, ch'ha fame; e quel Male
che accusa il fratello e rinnega
la madre, quel Male ch'è male.

Il Male è sol quello che ride
d'un lugubre riso di folle;
il Male è sol quello che uccide,
che tempra di sangue le zolle,

le zolle che poi gli empiranno
la bocca, al Caino... ed esangue
poi sente in eterno che sanno
  l'amaro del sangue.

Il Male è più grande di Dio!
Dio scende; ma l'uomo l'infrange;
Dio passa, Dio dice: «Son io
che piango in ogni uomo che piange!»;

ma presso il banchetto di vita
c'è un pianto che ancora non varia,
ma sordo trapassa il levita
vicino al Gesù di Samaria;

ma niuno, nel mondo delle ire,
di fronte al comune destino,
niuno ama piuttosto morire
  Gesù, che Longino.

Oh! il Male! bramito di belva
che in fondo al suo essere cupo
ravvisa l'antica sua selva,
ravvisa il nativo dirupo;

e fiuta, la belva; e già crede
che sia l'avvenire che odora
nell'ombra; e d'un lancio si vede
postato all'agguato d'allora;

e l'ali vuol mettere e tenta
l'abisso dei cieli, la fiera;
e mostro, con l'ali, diventa,
  Vampiro e Chimera...

Tu Re, non vedesti. Con gli occhi
guizzanti una luce corusca
di lancie d'ulani, con gli occhi
velati dall'ombra di Busca,

con gli occhi sì fieri e sì mesti,
davanti una giovane schiera
d'atleti, tu non la vedesti
la ingorda di sangue Chimera

notturna, che sibila ed alia
venendo e tornando dai morti...
Tu, Re, salutavi l'Italia
  de' LIBERI E FORTI:

l'Italia che vive nel sole,
che vuole i suoi rischi e i suoi vanti,
le marre e le trombe, le scuole
pensose e i cantieri sonanti:

l'Italia che spera, e s'adopra
concorde al suo lucido fine,
che foggia il suo fato, là, sopra
le incudini delle officine:

l'Italia che già si disserra
nel grande avvenire il suo varco,
e avanti, sia pace sia guerra,
  San Giorgio o San Marco!

Lui, non lo vedesti: vedevi
le vite d'Italia al lavoro:
un grido, FA QUELLO CHE DEVI!
correva sereno tra loro.

Vedevi le inerti paludi
domate da squallidi eroi,
che, come gli eroi su gli scudi,
sul fieno riportano i suoi...

e lungi in un ultimo mare,
sott'aspre costellazïoni,
vedevi tre navi lottare
  coi gravi monsoni.

Va, giovane Italia: t'aspetta,
ti chiama il tuo fato con voce
d'angoscia. O salute o vendetta,
s'hai l'aquila antica e la croce,

va, portala! L'aquila vede
dall'alto la vasta pianura.
La croce... e tu fanne, alla fede
degli avi, la spada più pura!

Va, memore Italia, tra i primi
tu giunta per ultima. Doma,
costringi, e rialza e redimi!
  va, giovane Roma!

Lui... non lo vedesti. O Re forte,
nell'anima calma e serena
nel cuore cui pure la morte
lasciava due palpiti appena,

lui, non lo vedesti; vedevi
lontano lontano, in un mare
di ghiacci, tra pallide nevi,
tra il cenere crepuscolare,

tra sibili sordi di vento,
tra l'ombra e il silenzio, là, solo,
vedevi un piroscafo lento
  dirigersi al Polo.

Va!... all'Ideale la barra!
Va!... all'Ideale ch'è un punto,
ch'è un nulla; e la morte lo sbarra;
ma quando sei giunto... sei giunto!

Va, principe giovane e giovane
Italia! Nel pelago eterno,
va, cerca il tuo Polo; va, trova
nel mondo infinito il tuo perno!

Va, in mezzo alla grigia bufera,
va, dove s'incontra e s'indora
con questa che sembra una sera,
  la subita aurora!

Ritratto di re Umberto con alle spalle il Pantheon, dove riposa insieme alla moglie Margherita di Savoia.

Bibliografia

Giovanni Pascoli, Odi e inni, a cura di Francesca Latini, Torino, Unione tipografico-editrice torinese, 2008.