I promessi sposi

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un'ampia costiera dall'altra parte...

Capolavoro tra i più celebri e importanti della nostra letteratura che segna la nascita del romanzo moderno e il ritorno della letteratura italiana in Europa dopo una crisi durata più di due secoli.

È un romanzo di formazione, in quanto i personaggi seguono un percorso interiore di maturazione; filosofico, perché dominato dal ruolo della Provvidenza, cioè il volere divino; infine storico, perché ambientato nel contesto lombardo della prima metà del Seicento.
L'ambientazione milanese non è dovuta solo a ragioni personali dell'autore: la Lombardia di inizio Seicento, sotto il dominio spagnolo, presentava infatti aspetti di somiglianza con quella all'inizio dell'Ottocento, sotto il dominio austriaco.

La stesura dell'opera occupò il Manzoni per ben vent'anni in tre diverse fasi di elaborazione. La prima va dalla primavera del 1821 al settembre 1823, quando scrisse Fermo e Lucia, considerato romanzo autonomo. La seconda fase comincia intorno al marzo 1824, quando l'autore procede a una profonda revisione del romanzo modificandone la struttura e la lingua, eliminando le lunghe digressioni e gli episodi romantici e cercando infine di uniformare la lingua al toscano vivo. Il titolo di questa seconda edizione era già quello di I promessi sposi ed è ricordata come "ventisettana" dall'anno di stampa, cioè il 1827. Insoddisfatto della revisione linguistica del romanzo, Manzoni attraversa una terza fase rielaborativa che non tocca la struttura dell'opera ma esclusivamente la lingua, così da uniformarla meglio al fiorentino in uso presso i toscani colti. In questo modo creò un modello fondamentale per la futura lingua dell'Italia unita. Esce così, nel 1840, la versione definitiva del romanzo, la "quarantana".

Ritratto di Alessandro Manzoni - Giuseppe Molteni - 1835

Personaggi

I protagonisti del romanzo sono due giovani fidanzati, Renzo Tramaglino, operaio tessile, e Lucia Mondella, contadina, nati e cresciuti in un piccolo paese vicino a Lecco, Pescarenico, sul lago di Como.

L'antagonista è don Rodrigo, nobiluomo prepotente, signorotto del territorio infatuato di Lucia per puntiglio e per morboso desiderio.
Gli altri personaggi principali sono Agnese, la madre di Lucia, schierata ovviamente dalla parte dei protagonisti; don Abbondio, timoroso ed egoista curato del paese che finisce per aiutare l'antagonista; fra Cristoforo, padre cappuccino realmente esistito, impegnato al servizio dei più umili e aiutante dei due fidanzati. Vi sono poi la monaca di Monza, personaggio storico, potente e ambigua suora di clausura costretta alla monacazione, dapprima aiutante dei protagonisti e poi dell'antagonista; l'innominato, anch'egli personaggio storico, nobile malvagio, violento fuorilegge aiutante dell'antagonista e poi dei protagonisti, uno dei personaggi più complessi dell'intero romanzo.
Tra i numerosi personaggi minori del racconto bisogna ricordare Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano e dunque personaggio storico, figura edificante che aiuta Renzo e Lucia; Perpetua, la domestica di don Abbondio; Azzecca-garbugli, infido avvocato al servizio dei potenti, emblema della corrotta società del tempo. Infine il conte Attilio, giovane nobiluomo cinico e privo di morale, cugino di don Rodrigo; Tonio, amico di Renzo e il cugino di questi, Bortolo; donna Prassede, bigotta nobildonna milanese e suo marito don Ferrante; per ultimo il Griso, capo dei bravi di don Rodrigo.

Don Abbondio, la monaca di Monza e fra Cristoforo

Capitoli I - VIII

La sera del 7 novembre 1628 don Abbondio, anziano parroco di un paesino vicino a Lecco sul lago di Como, fa ritorno a casa quando viene fermato da due bravi, uomini di malaffare al servizio di don Rodrigo, prepotente signorotto del luogo. I due malviventi gli ordinano di non celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia, pena la morte, "questo matrimonio non s'ha da fare". Il loro padrone si è infatti invaghito della ragazza e ha scommesso con il cugino di riuscire a sedurla.

Il timoroso curato accetta e così iniziano le disavventure dei promessi sposi che tentano in ogni modo di ottenere giustizia e trovare una soluzione al loro problema: dapprima per via legale da Azzecca-garbugli, avvocato, tipico rappresentante della corrotta società del tempo, poi con l'aiuto di fra Cristoforo, un religioso al servizio dei più umili che sarà il loro migliore alleato, ma tutto è inutile. I protagonisti decidono allora di organizzare un matrimonio a sorpresa, ma don Abbondio riesce a sventare il tentativo. La stessa notte don Rodrigo manda a casa di Lucia i suoi bravi per rapirla. Anche questo piano è però fallimentare, ma i promessi sposi, insieme ad Agnese, la madre di Lucia, sono costretti a lasciare il paese perché in pericolo: fra Cristoforo organizza la fuga e i loro futuri rifugi. Nella quiete notturna una barca già li attende in riva al lago.

Capitoli IX - X

I tre fuggitivi giungono con le prime luci dell'alba a Monza, dove devono separarsi: Renzo si avvia verso Milano presso un convento di cappuccini, Lucia e la madre rimangono a Monza in un convento di monache di clausura, sotto la protezione della monaca di Monza, di cui Manzoni narra la drammatica storia. Destinata a farsi suora per volontà del padre, dovette cedere alle prepotenze e accettare la vita religiosa. La donna si macchierà addirittura di un terribile delitto. Attratta dalla vicenda di Lucia, decide di accoglierla in convento.

Capitoli XI - XVII

Renzo arriva a Milano e una serie di coincidenze lo tengono lontano dal convento trovandosi coinvolto nella sommossa che agita in quei giorni la città. La carestia che si sta diffondendo su tutto il territorio ha infatti provocato un rialzo del prezzo del pane provocando una reazione violenta della gente.
Il giovane assiste dapprima all'assalto di un forno, poi si lascia trascinare e da spettatore diviene protagonista della ribellione finendo per essere scambiato per uno dei capi della rivolta. Calata la sera cerca un'osteria dove passare la notte, ma eccede nel vino e si ubriaca. Tradito da una spia, il giorno dopo viene arrestato. Con l'aiuto della folla riesce però a liberarsi iniziando una fuga angosciosa per raggiungere il confine sulla riva del fiume Adda e mettersi in salvo nel territorio della Repubblica di Venezia grazie all'aiuto di un barcaiolo. Riesce infine a raggiungere il paese nei pressi di Bergamo dove vive il cugino Bortolo, il quale gli offre ospitalità e lavoro.

Capitoli XVIII - XXIV

Don Rodrigo ha intanto ripreso le sue trame per rapire Lucia dal convento. La difficoltà dell'impresa lo induce a chiedere l'aiuto di un potente alleato, un famoso e spietato bandito indicato nel romanzo con l'appellativo di innominato. Si tratta di un uomo dalla personalità complessa, di nobili origini, che si è costruito una specie di regno in una valle impervia e inospitale: da qui mette in esecuzione i suoi piani crudeli, circondato da un esercito di bravi. L'innominato accetta l'incarico di don Rodrigo nonostante il suo animo sia agitato da un insolito turbamento e da una dolorosa insofferenza per la propria vita criminosa.

Il rapimento di Lucia avviene con l'aiuto della monaca di Monza. La protagonista viene portata al castello e chiusa in una stanza, in attesa di essere consegnata il giorno seguente a don Rodrigo. Nella notte accadono due fatti decisivi: Lucia, terrorizzata, trova consolazione nella preghiera e fa voto di castità alla Madonna in cambio della salvezza. L'innominato trascorre invece la più drammatica delle veglie, sconvolto da terribili pensieri e da rimorsi per il male commesso con l'esplosione di una profonda crisi di coscienza che lo porterà al pentimento e alla redenzione. La mattina successiva decide allora di recarsi al paese a fondo valle dove è in visita pastorale Federigo Borromeo, cardinale di Milano celebre per la sua santità di vita: in un incontro carico di emozione avviene il miracolo della conversione dell'innominato. Come primo atto della sua nuova vita libera Lucia che può così riunirsi alla madre nella casa del sarto del paese, dove saranno ospiti per alcuni giorni.

Capitoli XXV - XXX

Gli eventi straordinari modificano profondamente il racconto. Don Rodrigo si trova costretto a rinunciare al suo piano, Lucia, con la protezione diretta del cardinale, trova sicura ospitalità e rifugio presso una famiglia patrizia milanese. Nel separarsi dalla madre la giovane le rivela la questione del voto, incaricandola di avvertire Renzo e di invitarlo a "mettersi il cuore in pace". Agnese riesce ad intrattenere un difficile rapporto epistolare con Renzo, che si ribella alle confuse comunicazioni ricevute, facendo poi perdere le proprie tracce.
Da questo momento le vicende dei protagonisti restano separate e sullo sfondo, e la situazione si protrae per quasi due anni senza significativi cambiamenti. In questo arco di tempo due tragici eventi naturali e storici sconvolgono Milano: la carestia e la guerra, con la calata delle truppe imperiali.

Capitoli XXXI - XXXVI

Il passaggio delle truppe dei lanzichenecchi, soldati delle fanterie mercenarie tedesche, provoca il terzo e più drammatico dei flagelli: l'epidemia di peste. In pochi mesi Milano è travolta dal contagio e l'ambientazione del romanzo diviene un desolante scenario di morte, malattia e dolore. Anche don Rodrigo è tra i colpiti del contagio e viene condotto moribondo al lazzaretto, dove si concentrano migliaia di appestati.
In questo contesto terribile, Renzo, che si era ammalato ma ne era guarito, decide di approfittare della situazione di anarchia per rientrare nel Milanese in cerca di Lucia. Dopo una breve visita al paese si reca a Milano attraversando una città ridotta ad un unico spettacolo di sofferenza, venendo a sapere che Lucia è stata portata al lazzaretto.

Con grande timore Renzo vi si reca, incontrando fra Cristoforo impegnato nella cura dei malati. Il frate stesso porta in viso i segni ormai avanzati della malattia. Questi gli mostra don Rodrigo moribondo, quindi gli fornisce indicazioni per trovare Lucia. Renzo riesce a trovare la fidanzata e a ricongiungersi finalmente con lei. Ormai in via di guarigione, la giovane respinge però Renzo per via del voto alla Madonna. Interviene allora fra Cristoforo che la scioglie dal voto.
I promessi sposi si congedano promettendosi di ritrovarsi al paese non appena la giovane abbia trascorso in quarantena la convalescenza, cioè i quaranta giorni di isolamento per evitare l'ulteriore diffusione del contagio. Quella stessa sera Renzo si avvia verso il paese.

Capitoli XXXVII - XXXVIII

In attesa del ritorno di Lucia e del matrimonio, Renzo organizza la loro vita futura. Si riunisce con Agnese e decide di trovare casa e lavoro presso il cugino Bortolo, vicino Bergamo, dove ha intenzione di trasferirsi.
Tornata Lucia, viene celebrato il matrimonio dallo stesso don Abbondio e i due sposi si trasferiscono nella loro nuova dimora dove riusciranno finalmente a condurre una vita serena, allietata dai figli e consolata dalla fede religiosa.

Analisi dei personaggi

Nel romanzo vi sono alcune figure le cui vicende e personalità sono oggetto di un'acuta analisi interiore da parte del Manzoni, in quel "guazzabuglio del cuore umano" a lui tanto caro. Passando dai personaggi inventati a quelli realmente esistiti, dagli umili ai potenti, dagli oppressi agli oppressori, si scopre che ognuno è portatore di una complessa storia in quello che è l'eterno contrasto tra il bene e il male. Gli umili sono posti in primo piano nella concezione di Manzoni, mentre i grandi personaggi della storia fanno da contorno alla narrazione, sebbene venga dedicato ampio spazio alla descrizione delle loro caratteristiche. Le disavventure dei promessi sposi rispecchiano i rapporti di forza e di ingiustizia tra le classi sociali, con la prepotenza esercitata dai potenti sui deboli, situazione concretamente calata nella realtà storica della Lombardia del Seicento. Quella che è apparentemente una visione pessimista da parte dell'autore si risolve invece nella possibilità reale di intervenire a modificare e migliorare la storia, convertendosi, agendo seguendo un principio di Bene superiore, abbandonandosi alla Fede, credendo nella Divina Provvidenza, filo rosso dell'intera opera.

Trionfo della Divina Provvidenza - Pietro da Cortona - 1635 circa - Roma, Palazzo Barberini

La monaca di Monza

"Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un'impressione di bellezza, ma d'una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta".

Il nono e decimo capitolo costituiscono un vero e proprio romanzo nel romanzo che narra la vicenda della "signora", la cui descrizione fisica e psicologica che introduce il primo dei due capitoli è uno dei ritratti più dettagliati ed efficaci dell'intera opera.
La donna dimostra circa venticinque anni ed è bella di aspetto, ma di una bellezza sbattuta, sfiorita e trascurata. Indossa un velo nero e una benda bianca di lino che circonda il viso e la fronte, che si corrugava spesso come se esprimesse un qualche dolore segreto. Gli occhi neri fissavano le persone a volte con uno sguardo scrutatore, superbo, altre come a chiedere affetto e pietà. Sin da subito la monaca viene presentata come una figura ambigua e contraddittoria, di chi nasconde un pensiero occulto. La donna ha guance molto pallide e labbra rosse che spiccano sul volto, mentre il suo abbigliamento mostra alcuni segni di trascuratezza della regola monastica come la tonaca attillata in vita come una veste laica. Sotto il velo spuntano inoltre ciocche di lunghi capelli neri, che la suora dovrebbe tenere sempre corti. La ciocca che spunta dal suo velo mostra sì una dimenticanza, ma soprattutto un disprezzo per la regola dell'ordine, un particolare voluto dalla donna per far trapelare la sua bellezza, celata dall'abito che indossa.
Inizia poi il racconto della vita della monaca, destinata per interessi familiari al convento. Di nome Gertrude, è la figlia di uno tra i più potenti signori di Milano, educata sin dalla più tenera età in quello stesso monastero. Gertrude conosce però alcune compagne destinate al matrimonio, con le quali fantastica e intrattiene discorsi di un'altra vita e di un altro mondo, più felici, al di fuori del convento. Così il suo cuore è spinto per la prima volta a nuovi desideri, subito trattenuti per il timore di un'opposizione alla volontà del padre. Sin da quando era nel grembo di sua madre il suo destino era già segnato in quanto nelle nobili famiglie l'intero patrimonio doveva andare esclusivamente al primogenito, mentre gli altri figli potevano decidere, se maschi, di intraprendere la carriera militare o farsi prete, mentre per le femmine la strada era solo una, quella della monacazione, anche se forzata, come nel caso di Gertrude. Ella ricevette come primi giocattoli delle bambole vestite da monaca e sin da piccola gli veniva detto che quando sarebbe divenuta la superiora di un convento avrebbe potuto comportarsi a suo piacimento, mentre da bambina doveva dominare il suo carattere un po' ribelle.

Lucia, durante il colloquio con la "signora" per ottenere la sua protezione, appare intimidita, in soggezione da quella potente monaca che le si rivolge da dietro una grata. Questa le chiede se davvero don Rodrigo fosse per lei un "persecutore odioso", come ad insinuare che quelle attenzioni le potessero piacere. La giovane protagonista avrebbe difficoltà a parlare di certe cose anche con una sua pari, figurarsi alla presenza di quella suora che cercava mettere in lei dei dubbi sulla vicenda. Così interviene Agnese in soccorso della figlia, cercando di spiegare a Gertrude che la figlia odiava quel cavaliere ed era promessa sposa a un giovane perbene, di cui sarebbe già la moglie se il curato del loro paese avesse avuto un po' più di coraggio. La monaca, innervosita, interrompe Agnese e la rimprovera di parlare senza essere interrogata.
Manzoni mostra così il convento come luogo di corruzione, di inganni, addirittura di perdizione, tema ripreso dal Boccaccio e dal romanzo La monaca di Diderot. Curioso è che il poeta fosse un cattolico credente e praticante, sincero però nel mostrare con ironia e amarezza i difetti della Chiesa.
Lucia riesce a vincere la sua ritrosia e conferma la versione della madre, affermando di volersi sposare con Renzo, preferendo la morte piuttosto che cadere nelle mani di don Rodrigo, supplicando poi la "signora" di concedere loro la sua protezione. Gertrude crede a Lucia e si dice pronta ad aiutarla, mostrando per un attimo un certo affetto e una sorta di compassione per la vicenda della sfortunata protagonista.
Forse alla monaca venne in mente di quando, dopo aver espresso il desiderio di lasciare il convento, una volta tornata a casa venne trattata con sempre maggior distacco e freddezza dal padre e dai parenti, privata persino dalle attenzioni di un paggio che era attratto da lei. Un giorno la donna venne sorpresa ad inviare una lettera all'innamorato, suscitando con questo gesto un grave scandalo. Gertrude venne rinchiusa nella sua stanza sotto il controllo della donna che l'aveva scoperta, con la minaccia di ulteriori castighi.
L'umiliazione subita e il bisogno d'affetto rendono insopportabile a Gertrude la prigionia, tanto da renderle persino gradevole l'idea della vita monacale. Decide così di scrivere al padre per chiedergli perdono e dichiarando la propria disposizione a fare tutto ciò che lui ritiene opportuno.

La vicenda prosegue anche nel decimo capitolo; il padre di Gertrude non perde tempo ad avviare i preparativi per la cerimonia di ingresso in convento da parte della figlia, prevenendo eventuali ripensamenti. La giovane vorrebbe infatti riflettere ancora un po' sulla propria vita e su ciò che le aspetta, ma viene travolta dai festeggiamenti e dalle visite dei parenti. Il giorno seguente, mentre si reca a Monza accompagnata dal padre per la richiesta ufficiale di entrare in convento, si rende conto di aver fatto passi forse irreparabili verso una scelta che odiava, ma ormai non osa più ribellarsi nonostante il cuore le si stringa all'idea di essere rinchiusa per sempre.
Una volta tornata a casa incomincia a pensare a quante occasioni le rimangano ancora per evitare quel doloroso passo. Quando riceve la visita del sacerdote incaricato a esaminarla sulla sincerità della vocazione, pensa di poter sfruttare quella circostanza a suo favore, ma è trattenuta dal timore causato dalle minacce del padre. I giorni che ancora la separano dall'ingresso in convento, con le feste per lei organizzate, sono motivo di ulteriore sofferenza e Gertrude chiede così di poter entrare quanto prima in monastero.
Invece di trovare conforto nella fede, Gertrude viene tormentata dai rimpianti e trascorre i primi anni in convento con sofferenza, provando astio nei confronti delle altre monache e sottoponendo le novizie ad una dura disciplina. Questo fino a quando le si presenta l'occasione di trasgredire alle regole conventuali. Il suo appartamento è infatti comunicante con il palazzo di un giovane malfamato di nome Egidio. Un giorno egli rivolge la parola alla donna che, malauguratamente, risponde. Inizia così la loro relazione che all'inizio sembra placare l'animo infelice della monaca, fino a quando non viene scoperta da una novizia di nome Caterina che minaccia di rivelare la sua tresca amorosa. Gertrude non ha più pace, fino a quando Caterina scompare improvvisamente. Le inutili ricerche svolte a Monza e nella città d'origine portano a ipotizzare una sua probabile fuga, ma l'autore lascia intendere che la giovane è stata assassinata dalla monaca con l'aiuto di Egidio.

La figura della monaca di Monza è costruita sulla storia di suor Maria Virginia de Leyva, personaggio realmente esistito. Ella fu protagonista di un celebre scandalo che sconvolse Monza agli inizi del XVII secolo. Costretta a prendere i voti, instaurò una relazione proibita con il conte Gian Paolo Osio, col quale ebbe almeno due figli, un bambino nato morto e una bambina che il padre riconobbe come figlia. L'amante della suora arrivò ad uccidere tre persone per nascondere il loro legame, ma fu scoperto e condannato a morte. Non andò meglio alla donna che venne murata viva nel Ritiro di Santa Valeria, situato dove oggi vi è il Carcere di San Vittore a Milano. Profondamente colpito, Manzoni decise di inserire questa vicenda nel romanzo, sebbene cambiando alcuni particolari.

L'innominato

L'innominato - Francesco Hayez - 1845

"Di costui non possiamo dare né il cognome, né il nome, né un titolo, neanche una congettura sopra niente di tutto ciò [...] per tutto un grande studio a scansarne il nome, quasi avesse dovuto bruciar la penna, la mano dello scrittore [...] colui che noi, grazie a quella benedetta, per non dir altro, circospezione de' nostri autori, saremo costretti a chiamare l'innominato".

Personaggio misterioso, intrigante, quello che forse ci prende maggiormente proprio a cominciare dal nome che significa moltissimo nel momento stesso in cui non significa niente, in quanto non ci viene detto. Di lui non sappiamo nulla sebbene lo stesso autore ci dica che la sua identità è precisa e ben nota. Si tratta infatti, con molta probabilità, di Francesco Bernardino Visconti, signore dei Visconti di Brignano, un paese vicino a Bergamo. Questa famiglia aveva ascendenti comuni con la famiglia Visconti di Saliceto, a cui apparteneva la nonna paterna di Giulia Beccaria, madre di Manzoni.
Inizialmente antagonista, diviene poi uno degli aiutanti dei promessi sposi e la figura di svolta per il lieto fine. Compare a metà del romanzo quando don Rodrigo decide di recarsi al suo castello per chiedergli aiuto nel rapire Lucia.
Il castello dell'innominato, situato sul confine tra il ducato di Milano e la Repubblica di San Marco, in un'angusta valle dove il malvivente ha costruito un proprio regno, difeso da un corposo esercito di bravi, viene tradizionalmente collocato tra i comuni di Lecco e Vercurago, in Lombardia, nell'alta frazione di Somasca. Qui oggi si trovano i resti della fortezza di proprietà dei Visconti.
L'innominato accetta subito il difficile compito assegnategli da don Rodrigo perché sa di poter contare, a Monza, nel convento dove alloggia Lucia, sotto la protezione della "signora", sull'aiuto di Egidio, compagno della monaca. La stessa sera, però, una volta rimasto solo, sente crescere in lui una profonda inquietudine che da qualche tempo turba la sua vita segnata dall'odio. La solitudine, la paura della morte provocata dal giungere della vecchiaia, si uniscono al dubbio sull'esistenza di Dio. Per vincere questi pensieri decide di passare subito all'azione mandando il suo bravo più fidato, il Nibbio, da Egidio perché organizzi il rapimento.
Quando Lucia sta per arrivare al castello, l'inspiegabile tormento che assale l'innominato lo porta quasi a non volerla trattenere con sé e mandarla subito da don Rodrigo, ma una provvidenziale voce interiore lo trattiene. Decide allora di chiamare una vecchia serva vissuta sempre al castello per mandarla incontro alla ragazza e farle coraggio.
Il Nibbio, intanto, riferisce il buon esito dell'impresa all'innominato, ma gli confida di aver provato compassione per Lucia. Questo moto di sensibilità così insolito da parte di uno dei bravi più spietati provoca ancor più irrequietezza nell'innominato che decide di recarsi dalla ragazza. Quando la vede le si rivolge con gentilezza, stupendosi della propria esitazione, del proprio turbamento al cospetto di una giovane così innocente. Cerca allora di rassicurarla e si lascia sfuggire una promessa di liberazione per l'indomani mattina.
Qui comincia una delle parti più emozionanti del romanzo; l'innominato dopo l'incontro con Lucia non è più lo stesso e durante la notte accade qualcosa di incredibile. La notte è per il Manzoni il momento della perdizione, in cui prende la tristezza, la malinconia, cupo scenario in cui l'innominato sembra vinto dai dubbi e dai tormenti che all'improvviso prendono il suo cuore. Disperato, afferra la pistola e tenta il suicidio, ma all'improvviso una luce, di nuovo quella voce che lo aveva fermato in precedenza: è l'arrivo dell'alba, di una nuova speranza; è il giorno che vince le tenebre e irradia di salvezza l'anima dell'uomo. L'innominato si domanda ancora di quel Dio sempre ignorato, disprezzato, e si chiede se non vi sia nulla dopo questa vita. In questo caso a nessuno importerebbe dei suoi gesti crudeli, della sua stessa esistenza, ma se vi fosse qualcosa allora varrebbe la pena davvero pentirsi, vivere nel bene, perché la gioia sarebbe eterna, così come eterna la dannazione. Gli torna in mente anche una frase che gli ha rivolto Lucia durante il loro incontro: "Dio perdona tante cose, per un'opera di misericordia". Adesso solo il pensiero della liberazione della ragazza lo può rendere felice, solo il Bene lo potrà consolare.

Al mattino un gioioso suono di campane si diffonde per tutta la vallata. Un bravo informa l'innominato che il cardinale Federigo Borromeo è giunto in visita pastorale. L'innominato sente il bisogno di incontrarlo; sarà uno dei colloqui più significativi dell'opera. Sorpreso dall'insolita e straordinaria visita, il cardinale ordina, pieno di speranza, che l'ospite venga subito introdotto e lo accoglie con il sorriso di chi si rivolge ad una persona cara e tanto attesa, come a ricordare la parabola del figliuol prodigo. Una volta soli i due rimangono a lungo in silenzio. L'innominato è confuso, combattuto dalle sue stesse emozioni, ma il cardinale scioglie la tensione e gli si rivolge con toni caritatevoli. Nella vicenda dell'innominato vi è infatti custodito il vero messaggio cristiano, riconosciuto con emozione dal cardinale noto per la sua santità di vita. Nell'innominato vi è l'opera di Dio; vissuto nell'odio e nell'errore, ha conosciuto la vera speranza, la salvezza, Dio gli è giunto in aiuto facendogli capire di non essere solo e che per il pentimento non è mai troppo tardi.
Guidato dalle parole e dall'esempio di Federigo, l'innominato scopre quindi il miracolo della sua conversione, segnato da uno sfogo di pianto e da un emotivo intenso abbraccio tra i due.

Don Abbondio

"Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro".

Nel primo capitolo, a seguito del preambolo, la prima figura che compare ad aprire la narrazione del romanzo è quella di don Abbondio, anziano parroco del paese di Renzo e Lucia. Egli dovrebbe celebrare il matrimonio dei due protagonisti, ma tornando a casa una sera dalla consueta passeggiata si imbatte in due bravi al servizio di don Rodrigo che, guardandolo minacciosi, gli ordinano: "questo matrimonio non s'ha da fare". Il pavido curato si sottrae immediatamente dinanzi al pericolo per l'assoluta mancanza di coraggio: esemplare è l'immagine del vaso di terracotta costretto a viaggiare tra vasi di ferro.
Figura remissiva, schiva, vittima del tempo in cui vive, costretto infatti quasi con la forza a sottostare alle prepotenze dei signorotti locali. Egli è però colpevole di pensare esclusivamente a sé stesso, alla propria tranquillità, compiendo un'esistenza monotona e abitudinaria in cui pone sempre sempre il proprio io dinanzi a tutto. Per questo rappresenta la Chiesa corrotta del Seicento; non è infatti divenuto prete per vocazione, bensì per proprio interesse, per le opportunità offerte dal ruolo. Manzoni lo descrive sin da subito con ironia, mostrandone l'evoluzione nel corso dei capitoli successivi in riferimento alla paura da lui nutrita qualora avesse deciso di sposare i due giovani nonostante l'avvertimento di don Rodrigo.
In contrapposizione a don Abbondio vi è fra Cristoforo, portatore di alti valori morali e soccorritore degli oppressi, così come il cardinale Federigo Borromeo con il quale il curato ha un lungo colloquio dopo che Lucia è stata liberata dall'innominato a seguito dell'improvvisa conversione. Federigo rimprovera il sacerdote domandando le ragioni per le quali non abbia celebrato il matrimonio tra Renzo e Lucia. Don Abbondio tenta di giustificarsi con le minacce ricevute, ma in questo modo suscita i rimproveri del cardinale che elenca gli alti doveri morali dell'impegno sacerdotale. L'esempio di Federigo e la convinzione delle sue parole riescono a muovere la commozione dell'ignavo curato. Anche se in questo momento non potrà aiutare i due promessi sposi e quindi far loro del bene, il cardinale afferma che Dio misericordioso gli offrirà sicuramente un'altra via per agire secondo la Sua volontà; starà a lui non lasciarsi sfuggire quella occasione. "Non mancherò, monsignore, non mancherò, davvero", rispose don Abbondio; è la sua più sincera, per quanto fragile, conversione. I due anziani ecclesiastici si ritirano così con una reciproca consolazione.
Non durerà però molto il cambiamento morale del prete che, costretto da Perpetua a rifugiarsi nel castello dell'innominato a seguito della discesa dei Lanzichenecchi, dubita ancora sulla reale conversione di quest'ultimo.
Nemmeno la tragica esperienza della peste, che lo ha segnato fisicamente, incide nella psicologia del personaggio che solo una volta terminato il dramma e avuta la certezza della morte di don Rodrigo si convincerà a celebrare il matrimonio tra i promessi sposi.

Fra Cristoforo

Frate cappuccino del convento di Pescarenico, padre confessore di Lucia e principale aiutante dei promessi sposi. Introdotto nel terzo capitolo quando la giovane spiega di avergli raccontato delle molestie di don Rodrigo, nel capitolo successivo Manzoni ne descrive la biografia. Anche in questo caso ci troviamo di fronte, come per l'innominato, a una storia di conversione, sebbene questa volta non avvenuta nel romanzo, cioè contemporaneamente alle vicende narrate dei due protagonisti. L'autore utilizza infatti la tecnica narrativa del flashback, raccontando la vita precedente di Cristoforo e le circostanze che lo indussero a farsi frate.
Il suo nome era Lodovico ed era figlio di un ricco mercante ritiratosi dagli affari, che viveva come un nobile e aveva allevato il figlio con modi signorili.
Un giorno Lodovico, passeggiando per strada accompagnato dai suoi bravi e dal maggiordomo Cristoforo, si imbatte in un signore suo nemico. Per una questione banale come quella di precedenza nel cammino, fra i due ha origine un duello a cui partecipano anche i rispettivi servitori, durante il quale Cristoforo, per salvare la vita al suo padrone Lodovico, perde la vita. Lodovico reagisce d'istinto e con violenza, uccidendo il nemico.
Trovato rifugio presso un convento di cappuccini, ha qui quel moto dell'anima che lo spinge alla conversione, maturando la propria vocazione e manifestando il desiderio di diventare frate. Prenderà il nome di fra Cristoforo, in ricordo del servo morto per causa sua.
Decide allora di recarsi dalla famiglia del rivale ucciso per chiedere perdono. Colpiti dal gesto e dall'atteggiamento umile di Cristoforo, i familiari vorrebbero farlo rimanere con loro a cena, ma il frate, desideroso di iniziare subito il suo impegno al servizio dei poveri, chiede solo un pezzo di pane come segno del perdono ricevuto.
Questo pane sarà poi donato, alla fine del romanzo, ai promessi sposi finalmente ricongiunti. Il frate scioglie Lucia dal voto fatto alla Madonna e i due giovani, entrambi sopravvissuti alla peste, potranno finalmente sposarsi. Cristoforo, segnato dal contagio, vivrà gli ultimi giorni della sua esistenza fra i malati del lazzaretto, proprio dove consegna, come preziosa eredità, il pane del perdono a Renzo e Lucia. Il pane rappresenta il ricordo concreto di qualcosa di nobile e amato, segno materiale di una continuità terrena, di un gesto d'amore che diviene eterno. Vera e propria reliquia, perché appartenuta ad un uomo santo, dovrà essere conservata e mostrata dai due innamorati ai propri figli; ciò è il simbolo dell'umano desiderio di continuare a vivere nel ricordo delle persone amate.