L'arte di ogni giorno

Michelangelo Buonarroti, Pietà vaticana, 1497-1499. Roma, Basilica di San Pietro

L’Amore di una Madre per suo figlio è il sentimento più alto e vicino a Dio, capace di dare vita, parte indissolubile di noi stessi. Michelangelo Buonarroti, poco più che ventenne, riuscì a scolpirlo per l’eternità, con infinita dolcezza e rara bellezza.

La Pietà, scultura conservata nella Basilica di San Pietro, rappresenta il momento della morte di Gesù, disteso sulle gambe della Madonna, e l’Amore della Madre di tutte le madri, la donna che Dio scelse per dare alla luce l’unico Figlio.

Dio è innamorato di Maria, tanto da lasciarla libera di scegliere se accettare quel bambino oppure rifiutare. Nell’Annunciazione, Maria, una ragazza giovanissima, poteva benissimo dire di no, non sentendosi in grado di fare parte di un così immenso mistero. In quel momento Dio era come ogni innamorato che si dichiara e non sa se il suo sentimento sarà corrisposto. Anche Dio credo abbia vissuto questa incertezza; Maria è stata la donna in grado di farlo sentire fragile.

Nell’opera il viso della Madonna è segnato dal dramma della perdita del figlio, però si nota la delicatezza dei lineamenti; è una ragazza giovane, come quando concepì Cristo. I critici d’arte del tempo non capivano il perché la Madonna sembrasse più giovane di suo figlio; il pittore rispose che la santità, la castità e l’assenza di peccato preservano la giovinezza e citò i versi di Dante del canto XXXIII del Paradiso:

“Vergine Madre, figlia del tuo Figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che 'l suo Fattore non disdegnò di farsi sua fattura”.

Il Poeta afferma che il Creatore dell’uomo decise di essere una sua creatura; Dio al cospetto della Madonna si fa dunque umile.

La nobiltà e la potenza della Madonna vengono scolpiti nella loro totalità da Michelangelo nella morbidezza delle forme, nella perfezione di un blocco di marmo da cui riuscì ad estrarre un Amore eterno attraverso lo sguardo dolcissimo della Madre per il Figlio e spiegare l’Infinito con un solo sospiro. L’opera è l’emblema della grandezza dell’arte. Affermò il pittore e storico dell’arte Giorgio Vasari:

“Non pensi mai, scultore né artefice raro, potere aggiungere di disegno né di grazia, né con fatica poter mai di finezza, pulitezza e di straforare il marmo tanto con arte, quanto Michelagnolo vi fece, perché si scorge in quella tutto il valore et il potere dell'arte”.


Gustave Courbet, L'atelier, 1855. Parigi, Museo d'Orsay

La Parigi dell'Ottocento era la capitale artistica europea, le sue strade gremite di gente vedevano incrociarsi le esistenze di letterati e pittori tra i più grandi dell'umanità; Charles Baudelaire, per esempio, scriveva per primo di quella sensazione, tipica dei moderni, che si prova in mezzo alla folla, allo stesso tempo di assoluta libertà e solitudine angosciosa, sperimentando la condizione dell'anonimato. "L'enigma che noi siamo si moltiplica negli enigmi di tutti gli sguardi che incrociano la nostra esistenza".

Alcuni artisti presero parte a questa vita lussuosa, improntata al bello, altri vi si persero, naufragando nella loro interiorità, nella propria anima così sola in quella confusione. Ed ecco Fryderyk Chopin, un uomo così fragile e bello, romantico, che incantava i salotti di Parigi con i suoi brevi e immensi pezzi per pianoforte, ma schivo dei grandi concerti in pubblico, i quali lo intimidivano. Preferiva restare nell'intimo della sua camera, componendo e sognando la felicità, l'amore, confortato alla sera dal caro amico Eugène Delacroix, anch'egli sensibile e sofferente fisicamente, con cui scambiava volentieri pareri di arte e musica.

"Ho sempre dei lunghi colloqui con Chopin, che amo molto e che è un uomo di rara distinzione: è l'artista più vero che io abbia incontrato. Fa parte di quel ristretto numero di coloro che si possono ammirare e stimare".

Delacroix assegnò all'amico il posto migliore dopo Mozart; Chopin, invece, che tanto lo ammirava come uomo, non amava la sua pittura, preferendogli un artista più classico e puro come Ingres.

Gustave Courbet fu il principale esponente del movimento artistico del Realismo, affermatosi nella seconda metà dell’Ottocento in Francia, successivamente al Romanticismo. Fu un pittore ribelle e anticonformista, emarginato dalla critica per la sua volontà di rinnovare l’arte e liberarla dalle convenzioni accademiche.

Il Realismo pose l’attenzione sui personaggi umili come lavoratori e contadini e su episodi della vita di tutti i giorni, non limitandosi a rappresentare la natura in modo verosimile, ma il mondo nella sua complessità sociale.

L’atelier, considerato il quadro – manifesto del Realismo, non è esclusivamente una raffigurazione del reale, di una scena della Parigi contemporanea, ma un’opera ricca di significati allegorici e simbolici.

Il soggetto è lo studio del pittore, in cui lo stesso Courbet si ritrae mentre dipinge un paesaggio. Al suo fianco una modella nuda, forse la musa dell’artista, è simbolo del vizio e della virtù, fonte di vita e di ispirazione. La figura fu oggetto di numerose critiche per l’indecenza del nudo femminile.

Courbet viene osservato attentamente da un bambino che allude a valori come la purezza e l’ingenuità, indispensabili per accostarsi alla pittura.

A destra compaiono gli amici; poeti, collaboratori, collezionisti e nuovamente un bambino che disegna sdraiato per terra, a simboleggiare l’approccio libero all’arte, non condizionato dalle convenzioni scolastiche.

A sinistra si vedono invece personaggi delle varie classi sociali: un bracconiere con il suo cane, una donna che allatta il suo neonato, un mercante che offre una stoffa preziosa a un acquirente, un rabbino e, ancora, un pagliaccio, un prete, un operaio e una prostituta. In tutto ciò il pittore, posto al centro, raffigura il nuovo ruolo dell’artista nella società e l’importanza dell’arte come mediatrice della realtà.

All’estrema destra dell’immenso dipinto compare, seduto a leggere, Baudelaire, amico di Courbet. La loro stima era reciproca, tuttavia il poeta e critico d’arte, che aveva precedentemente commentato e lodato autori come Ingres e Delacroix, non scrisse molto riguardo Courbet. Molto probabilmente lo scrittore, amante del bello, ritenendo l’immaginazione come la forma più alta delle facoltà, non poteva apprezzare il Realismo.

Questa corrente non si impose come scuola artistica in quanto nessun grande autore volle educare degli allievi. L'idea era quella di non reprimere la libertà del singolo, la propria ispirazione, in modo da favorire la nascita di nuovi generi, stili, che contrastassero le rigidi convenzioni accademiche.

Courbet fondò la Federazione degli artisti per sostenere lo sviluppo delle arti opponendosi a qualunque forma di censura. Tra i membri del gruppo il grande paesaggista Jean-Baptiste-Camille Corot e il precursore del movimento impressionista Édourard Manet, che si ispirò al dipinto L'atelier per Musica alle Tuileries, uno dei suoi capolavori.


Eugène Delacroix, La barca di Dante, 1822. Parigi, Museo del Louvre

Spinto dal desiderio di studiare i capolavori degli affreschi di Michelangelo Buonarroti, della pittura di Raffaello Sanzio e dell’opera di Caravaggio, un tenebroso artista francese di nome Théodore Géricault si recò in Italia, un viaggio che cambiò la sua vita e l’intera produzione romantica.

Ritornato in patria nel 1817, decise infatti di iniziare a dipingere un’enorme tela il cui lavoro lo occupò per due anni, La zattera della Medusa.

Al Salon di Parigi del 1819 l’opera vide finalmente la luce, ma venne accolta negativamente e fortemente criticata. Il motivo principale era soprattutto dovuto alle immense dimensioni utilizzate per raffigurare un episodio di cronaca contemporanea, il naufragio della nave Medusa avvenuto nel 1816. Allora, infatti, quadri così grandi dovevano essere riservati esclusivamente per celebrare gli straordinari soggetti storici.

Pian piano, però, l’opera assunse un valore emblematico per gli artisti romantici grazie alla capacità dell’artista di trasformare un qualunque episodio di cronaca in un dramma universale, simbolo del destino di sofferenza e di morte dell’umanità.

Autori come William Turner, che spesso raffigurò il tema del naufragio, e Gustave Courbet, il massimo esponente del Realismo, furono colpiti dall’opera, ma in particolare venne impressionato un amico di Géricault, appena più giovane di lui, destinato a cambiare per sempre la storia della pittura francese, Eugène Delacroix, il “principe dei romantici”.

"Géricault mi permise di vedere La zattera della Medusa quando ancora ci stava lavorando. Fece una tremenda impressione su di me tanto che quando uscii dal suo studio cominciai a correre come un pazzo e non mi fermai finché non raggiunsi la mia stanza".

Il primo quadro celebre di Delacroix, intitolato La barca di Dante, realizzato pochi anni dopo, è un evidente omaggio all’amico e dichiara il suo debito nei confronti di quell’opera opera che influenzerà per molti anni la sua arte.

La barca di Dante aggiunge inoltre quella genialità unica di Delacroix, uno degli artisti più colti della sua generazione, racchiudendo in sé molteplici significati.

Anche per lui decisivo fu l’accostarsi agli autori italiani, non solo nella pittura, ma anche nella letteratura. Delacroix amava Dante e, da romantico, lesse con passione Torquato Tasso.

Charles Baudelaire, suo amico e indiscusso ammiratore, lo definì un pittore “essenzialmente letterario” e, ancora, “l’ultimo dei grandi artisti del Rinascimento e il primo dei moderni”.

Delacroix, con la sua opera, si impose infatti come erede di Michelangelo e, motivato dal dipinto di Géricault, segnò l’inizio della moderna pittura, influenzando artisti successivi come Paul Cézanne che disse di lui “dipingiamo tutti come Delacroix”, ma anche Édouard Manet, che realizzerà ben due versioni del capolavoro La barca di Dante, Pierre-Auguste RenoirEdgar Degas, Paul Gauguin e persino Vincent Van Gogh, il quale chiese che gli fossero inviate delle incisioni tratte da alcuni quadri di Delacroix, come La Pietà, carica di significato e profonde emozioni.

La barca di Dante raffigura un momento ben preciso della cantica dell’Inferno, quando, nel canto VIII, Dante e Virgilio vengono traghettati dal demone Flegiàs attraverso il fiume Stige, per giungere alla città infuocata di Dite.

Il Poeta appare spaventato e alza il braccio destro come per stare lontano da un dannato. Virgilio, sua guida, gli tiene la mano sinistra per incoraggiarlo.

L'iracondo fiorentino Filippo Argenti tenta di rovesciare l'imbarcazione e, furibondo, morde il legno della barca. Le altre anime immerse nell'acqua fangosa, sono preda della loro stessa rabbia e si mordono a vicenda. In lontananza, le mura della città di Dite sono avvolte da un fumo minaccioso.

I corpi, che riprendono i movimenti agitati delle onde della palude per enfatizzare l'instabilità dell'imbarcazione, sono realizzati con un effetto di chiaroscuro tipico dei personaggi michelangioleschi.