Progetto artistico Purgatorio

Ritratto di Dante - Bronzino - 1530 circa

“Per correr miglior acque alza le vele omai la navicella del mio ingegno, che lascia dietro a sé mar sì crudele; e canterò di quel secondo regno dove l’umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno”.

Il Purgatorio è l’unico regno di passaggio dopo la morte: le anime, infatti, dopo essersi purificate, possono andare in Paradiso. Grazie alle preghiere dei vivi i penitenti possono abbreviare la loro permanenza in questo regno.

Nella visione dantesca il Purgatorio ha una struttura speculare rispetto all’Inferno.

È una grande isola, una montagna in mezzo all’oceano ai cui piedi si trova una piccola spiaggia dove approda la navicella dei penitenti e da dove parte il viaggio del poeta che apre il canto usando la metafora della navigazione.

Anche il Purgatorio, come l’Inferno, è diviso in nove settori: l’Antipurgatorio, dove chi si pentì all’ultimo momento dei propri peccati attende di essere ammesso alla purificazione vera e propria, le sette cornici della montagna e il Paradiso terrestre. Qui Dante lascerà Virgilio, l’amata guida che lo condusse anche per il regno infernale e incontrerà Beatrice, prima di purificarsi da ogni peccato per salire al Paradiso.

CATONE

"libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta".

La cantica del Purgatorio inizia come si era conclusa quella dell’Inferno con Dante che contempla la bellezza della volta stellata. Non appena il poeta distoglie lo sguardo dalle stelle vede accanto a sé un venerabile vecchio. È Catone Uticense, il guardiano del Purgatorio. Ritenendo che i due poeti siano giunti lì dall’Inferno infrangendo le eterni leggi della giustizia divina, il vecchio li apostrofa con durezza.

Virgilio spiega a Catone i motivi del loro viaggio, allude alla ricerca da parte di Dante di quella libertà per cui egli aveva preferito la morte piuttosto che cadere nelle mani di Cesare e lo prega, in nome di sua moglie Marzia, di permettere a lui e al compagno l’ingresso in quel regno che custodisce. Dopo aver capito che il viaggio è voluto da una donna celeste, Catone concederà il passaggio ai due pellegrini. Prima però Virgilio dovrà lavare il volto di Dante con la rugiada per purificarlo.

La presenza di Catone in Purgatorio ha sempre sollevato molte discussioni. Egli combatté fino all’ultimo per i nobili ideali in cui credeva, in particolare per la libertà, per la quale si tolse la vita. La libertà dell’uomo è infatti un diritto stabilito da Dio che non può essere privato dalla servitù politica che il rivale Cesare imponeva.

CASELLA

“Io vidi una di lor trarresi avante per abbracciarmi, con sì grande affetto, che mosse me a far lo somigliante”.

Mentre Dante e Virgilio proseguono incerti, vedono apparire dal mare una nave luminosa che avanza rapidamente, condotta dall’Angelo nocchiero, che sbarca le anime sulla spiaggia. Virgilio fa inginocchiare Dante, avvertendolo della presenza del primo angelo del Purgatorio. Cantando salmi in coro, gli spiriti scendono dalla barca quando l’angelo fa il segno della croce, per poi allontanarsi. Smarrite e incerte, le anime chiedono informazioni ai due poeti, ma Virgilio spiega che anche loro sono appena arrivati, per altro da un’altra via, e inesperti sul cammino. È una situazione nuova, di incertezza, a differenza del percorso infernale ben conosciuto da Virgilio. Alcuni spiriti si accorgono che Dante è ancora fisicamente vivo e un’anima lo riconosce: è Casella, musico amico di Dante, che cerca di abbracciarlo. Per lo stupore del poeta, le sue braccia attraversano la forma incorporea del contemporaneo. Dante si commuove ricordando la loro amicizia terrena e chiede al compositore di intonare una canzone per sostenerlo. Casella intona il canto sul testo di una celebre canzone di Dante, Amor che ne la mente mi ragiona, ma l’intervento di Catone interrompe il dolce momento. Come i colombi raggruppati per il pasto si disperdono al sopraggiungere di qualcosa che li spaventi, così tutti gli spiriti si allontanano confusamente verso il monte.

PIA DE' TOLOMEI

“Deh, quando tu sarai tornato al mondo e riposato de la lunga via, ricorditi di me, che son la Pia”.

Dante e Virgilio si imbattono in una schiera di anime che procede lentamente cantando il salmo Miserere. Stupite nel vedere un uomo ancora vivo in quel luogo, si avvicinano al poeta, il quale scopre che essi sono morti di morte violenta, pentiti dei loro peccati in fin di vita. Devono rimanere nell’Antipurgatorio tanti anni quanti furono quelli della loro esistenza terrena prima di poter salire a purificarsi sulle cornici del Purgatorio.

Nel finale del canto interviene una voce femminile, la prima che incontriamo dopo Francesca da Rimini del quinto canto dell’Inferno. È Pia de’ Tolomei, nata a Siena e morta in Maremma, fatta uccidere dal marito, forse per gelosia o per risposarsi. Ricorda in un brevissimo racconto i due momenti cruciali della sua esistenza: il matrimonio e la morte, alludendo amaramente al marito come colui che, dandole la morte, non rispettò la promessa di indissolubile fedeltà dell’anello nuziale. Con gentilezza chiede infine a Dante di ricordarla quando sarà tornato tra i vivi e si sarà riposato del lungo cammino. Figura simbolo della cortesia femminile, con quel “ricorditi di me” così struggente commuove il poeta e noi lettori in quanto Pia ha bisogno che Dante preghi per lei, perché sa che nessuno della sua famiglia lo farebbe.

SORDELLO

“O Mantoano, io son Sordello de la tua terra! e l’un l’altro abbracciava”.

Nel sesto canto, sempre della terza schiera di spiriti negligenti morti di morte violenta, ritroviamo il tema dell’amicizia, quella ideale tra Virgilio e Sordello da Goito, entrambi poeti mantovani. Quest’ultimo è stato uno dei maggiori poeti italiani di lingua provenzale, uomo di corte e musico con cui inizia la serie di incontri con grandi poeti che caratterizzerà il viaggio nel Purgatorio.

Sordello all’inizio appare indifferente alla vista dei due pellegrini e li osserva da lontano, in disparte. Virgilio gli si rivolge per conoscere il cammino più spedito e Sordello domanda a sua volta di dove siano e da dove vengano. Nel presentarsi Virgilio pronuncia il nome della città natale, Mantova; questo semplice accenno è sufficiente a far sì che Sordello si slanci in un abbraccio fraterno, rivelando di essere originario della sua stessa terra.

Dante, vendendo così tanto affetto per la comune patria, prorompe allora in un’apostrofe contro l’Italia, nave senza timoniere in una tempesta, luogo di corruzione: l’anima di Sordello è stata prontissima a salutare Virgilio solo perché ha saputo che è della stessa città, mentre i cittadini italiani in vita si fanno costantemente guerra, anche quelli che abitano nello stesso luogo.

STAZIO

“col nome che più dura e più onora era io di là… cantai di Tebe, e poi del grande Achille; ma caddi in via con la seconda soma”.

Nella quinta cornice degli avari e prodighi, Dante e Virgilio vengono salutati amichevolmente da un’ombra che sopraggiunge alle loro spalle: è il poeta latino Stazio, figura molto importante che accompagnerà Dante fino alla fine del suo percorso per il Purgatorio. La sua grande stima nei confronti di Virgilio porterà al formarsi di una bella amicizia ideale tra i due antichi poeti. Stazio dichiara infatti sin da subito che l’Eneide di Virgilio è l’opera a cui si è sempre ispirato e senza la quale non avrebbe scritto nulla di rilevante. Aggiunge che grazie a Virgilio conobbe il Cristianesimo, infatti egli è considerato il profeta della venuta di Cristo e, infine, afferma che gli resta ancora il rammarico di non averlo potuto conoscere e che per essere vissuto al tempo del suo maestro, sarebbe disposto a fermarsi ancora un anno in Purgatorio. A queste parole, Dante è colto da un moto di commosso sorriso e vorrebbe rivelare subito l’identità della sua guida, ma Virgilio gli fa cenno di aspettare. Stazio, però, che ha notato il sorriso di Dante, gliene chiede il motivo mettendo in grande imbarazzo il poeta che non sa cosa dire. Virgilio acconsente allora di parlare e Dante spiega a Stazio di trovarsi di fronte proprio all’autore dell’Eneide. Stazio s’inchina e cerca di abbracciare i piedi di Virgilio, senza ricordarsi della loro forma incorporea. Riafferma il suo amore incondizionato per il grande poeta e di essersi emozionato a tal punto da non ricordarsi di non essere più un corpo ma un’ombra. Nel canto successivo Virgilio e Stazio cominciano a discutere e Virgilio dice di corrispondere l’amore che Stazio prova per lui. Quest’ultimo si trova in Purgatorio poiché, anche se ricevette il battesimo, non osò dichiararsi cristiano. 

FORESE DONATI

“Mai non l’avrei riconosciuto al viso; ma ne la voce sua mi fu palese ciò che l’aspetto in sé avea conquiso”.

Il tema dell’amicizia è uno dei motivi ricorrenti del Purgatorio e l’incontro con Forese Donati ne è l’esempio più evidente. Ne sono chiari indizi la gioia di Forese nel vedere Dante e il dolore di questo per la sofferenza dell’amico, il tono affettuoso delle parole, l’ansia di comunicarsi i motivi delle proprie condizioni e la condivisione di ricordi e sentimenti terreni.

Dante, Virgilio e Stazio si trovano nella cornice dei golosi. Le anime, che in vita si abbandonarono al piacere di mangiare e bere, sono ora orribilmente magre come scheletri e costrette a passare sotto alberi carichi di frutti profumati e freschi d’acqua, senza poterli toccare, soffrendo così la fame e la sete.

Forese appena vede Dante vuole subito sapere di lui e del perché si trova in quel luogo, mette in secondo piano la sua condizione, come solo un vero amico sa fare. Dante risponde e si preoccupa dell’aspetto stravolto dell’amico; egli afferma che i golosi sono tormentati dal desiderio continuo di mangiare e di bere: dalla loro sofferenza nasce la gioia della purificazione.

Il Sommo poeta chiede a Forese, morto da soli cinque anni, come mai non si trovi ancora nell’Antipurgatorio, essendosi pentito solo alla fine della sua esistenza, ed egli risponde che sono state le preghiere della moglie ad abbreviare la sua attesa.

I due amici ricordano infine la giovinezza passata insieme e la loro tenzone.

GUIDO GUINIZZELLI

“padre mio e de li altri miei miglior che mairime d’amor usar dolci e leggiadre”.

Nel canto XXVI, tra i lussuriosi, Dante incontra una figura determinante per la sua vita, il poeta bolognese Guido Guinizzelli, fondatore del gruppo del Dolce Stil Novo del quale faceva parte in giovane età anche il Sommo poeta. Lo stilnovismo è un importante movimento poetico che si è sviluppato nella seconda metà del Duecento a Firenze. Un gruppo di amici che insieme scambiavano versi pieni d’amore, perfezionando lo stile per arrivare a scrivere dell’amata come nessun altro aveva fatto. La figura della donna è spiritualizzata, è un angelo portatrice di salvezza. La canzone Al cor gentil rempaira sempre amore di Guinizzelli è la canzone manifesto dello Stil Novo. In essa si afferma la legge sempre valida per cui a chi possiede un cuore nobile, l’amore torna sempre. È il concetto che afferma anche Dante nel canto V dell’Inferno Amor ch’a nullo amato amar perdona. Sono frasi scritte nel firmamento, chi ama col cuore non può non essere ricambiato, anche solo una scintilla del bene donato torna indietro prima o poi. L’amore è sinonimo di gentilezza, cioè nobiltà; il saper amare è indizio infatti di una superiore nobiltà d’animo e la gentilezza un dato di natura, legato alle qualità personali, non alla nascita e al titolo ereditato. Per Dante gli insegnamenti degli amici Guinizzelli e anche Cavalcanti sono fondamentali per portarlo dove è arrivato. Decide però ad un certo momento della sua vita di staccarsi dal gruppo: cambia visione dell’amore, per lui è molto di più; la donna è un angelo da lodare e a cui non chiedere nulla in cambio, Beatrice è per lui la guida nella vita e il mezzo per arrivare a Dio.

MATELDA

“bella donna, che a’ raggi d’amore ti scaldi”.

Dante giunge all’apice della montagna del Purgatorio, desideroso di addentrarsi nella divina foresta del Paradiso terrestre che si contrappone a quella oscura e minacciosa dell’Inferno. Comincia a camminare lentamente tra l’erba e i fiori; l’aria è primaverile, con un lieve venticello e gli uccelli che sui rami cinguettano accompagnati dal rumore prodotto dalle foglie. Il bosco è percorso da un fiumicello, il Letè, dalle acque limpide e trasparenti. All’improvviso appare una giovane e bella donna che si aggira solitaria nella foresta cogliendo fiori e cantando.

È Matelda, personificazione della felicità perfetta anteriore al peccato originale, che condurrà il poeta alla purificazione e all’incontro con Beatrice.

Dante le si rivolge invitandola ad avvicinarsi alla sponda del fiume che li separa, in modo che possa intendere le parole del suo canto. Avanzando con grazia e piccoli passi, come se stesse danzando, Matelda giunge a riva e alza gli occhi splendenti d’amore sorridendo, mentre intreccia dei fiori che ha raccolto. Il confine che separa Dante da Matelda è largo solo tre passi, ma la distanza per il poeta è insormontabile e questo lo fa soffrire. La donna dichiara che la sua gioia e la sua bellezza sono un riflesso di Dio poi spiega che nell’Eden sono presenti due fiumi, che sgorgano da una fonte inesauribile, la volontà divina, il Letè, le cui acque hanno il potere di cancellare la memoria dei peccati commessi, e l’Eunoè, che rafforza il ricordo del bene compiuto. Matelda aggiunge che nel Paradiso terrestre ha avuto origine l’umanità con Adamo ed Eva, in quell’età innocente che i poeti classici descrissero come l’età dell’oro. Virgilio e Stazio sorridono compiaciuti a queste parole.

BEATRICE

“sovra candido vel cinta d’uliva donna m’apparve, sotto verde manto vestita di color di fiamma viva… conosco i segni dell’antica fiamma”.

Nel 1290 Beatrice muore e Dante vive un momento difficile della sua esistenza che porterà però ad una svolta nella sua poetica; è lui stesso ad insegnarci con la Commedia come per arrivare a delle cose belle spesso si parta da una condizione di sofferenza, di tristezza e smarrimento interiore. Dopo anni di studio per arrivare a scrivere della sua donna come nessuno aveva fatto, decide che sarebbe diventata un angelo che lo avrebbe accompagnato nei cieli del Paradiso, il tramite per giungere a Dio. Nel canto XXX del Purgatorio finalmente si rincontrano: avvolta da una nuvola di fiori e coperta da un velo candido appare Beatrice, coronata di ramoscelli di ulivo, simbolo della pace e della sapienza. La donna indossa i colori delle virtù teologali: ha un vestito rosso come quando Dante la incontrò per la prima volta all’età di nove anni, un mantello verde e un velo bianco che le copre il viso. Il poeta avverte lo stesso sentimento che provava quando la vedeva in terra e si sente mancare. Tremante, si volta verso Virgilio per trovare sostegno, ma l’amorevole padre, che lo aveva accompagnato fino a questo incontro, è sparito silenziosamente. Dante non riesce a trattenere le lacrime. A questo punto interviene la donna che lo chiama per nome: “Dante, perché Virgilio se ne vada, non pianger anco, non piangere ancora… Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice”. Ella si mostra severa e altera in modo che il poeta si penta e arrivi alle lacrime per poter immergersi e purificarsi nel Letè.

Il viaggio verso il Paradiso sta per cominciare, nel canto XXXIII Dante dovrà ancora purificarsi bevendo l’acqua dell’Eunoè in modo da essere “puro e disposto a salire alle stelle”.