Progetto artistico Paradiso

Siamo giunti alla conclusione del viaggio di Dante, alla terza cantica, dopo aver scrutato in ogni emozione e sentimento dell’animo umano. Non dimenticando quello che ci siamo lasciati alle spalle possiamo ora leggere quanto di straordinario ha da raccontarci il nostro compagno di viaggio. Perché questo percorso di rinascita Dante lo ha fatto per ognuno di noi, per sostenerci nei momenti difficili della vita, quando non riusciamo a trovare una speranza. Lui stesso ci ha detto infatti di essersi smarrito, a metà della sua vita, in una selva oscura e tenebrosa. Grazie all’intervento di Virgilio, amorevole guida, venne salvato da tre fiere minacciose e cominciò il viaggio attraverso l’Inferno, l’unico percorso possibile per arrivare alla salvezza, all’incontro con l’amata Beatrice e addirittura alla visione di Dio. Il messaggio dell’opera è molto significativo: proprio dai momenti di sconforto in cui tutto ci sembra buio possiamo risollevarci e compiere qualcosa di straordinario. La grandezza del Poeta è quella di riuscire ad arrivare ad esprimere a parole ciò che per la nostra immaginazione è difficile anche solo da concepire. Spesso ci chiediamo cosa ci sia dopo, se ci si comporta bene, dove si va, cosa incontreremo. Dante vuole rispondere alle nostre domande e ci porta con lui, dobbiamo credere a tutto ciò che dice; avrebbe potuto concludere la narrazione nel momento dell’incontro con il suo amore, Beatrice, ma ha fatto una promessa ad ognuno di noi, quella di portarci a vedere per un attimo eterno Dio, e la vuole mantenere.

Il Paradiso è la cantica della bellezza, dell’Amore, delle stelle. Nel Purgatorio Dante è arrivato ad essere “puro e disposto a salire a le stelle”, portandosi con sé gli incontri emozionanti con gli amici, il legame con Virgilio, lo sguardo di Beatrice che ora gli resterà accanto e, ancora, ogni peccato osservato nell’Inferno, il regno delle umane passioni, raffigurate nelle più esasperanti manifestazioni. Proprio perché ci ha mostrato queste bruttezze che ci hanno fatto divertire, ma delle quali abbiamo avuto anche paura perché ne crediamo l’esistenza, dobbiamo ora fidarci di lui e convincerci che se siamo qui è per un motivo ben più grande; vi è un qualcosa di infinito, un Amore immenso per il quale siamo stati creati e nel quale ci ritroveremo…

Dante concluse la stesura della cantica nel 1321, poche settimane prima della morte. Sembra proprio che abbia voluto lasciarci quest’opera prima di andarsene, dedicando tutte le energie per scrivere di quella visione straordinaria in cui ritrova sé stesso arrivando a comprendere il senso ultimo della vita.

Importante è avere una visione d’insieme dei luoghi visitati da Dante per giungere sino a Dio. Alla fine della cantica dell’Inferno si trovava nel luogo esattamente opposto, al centro della Terra, dove vi era conficcato Lucifero, l’angelo ribelle principe delle tenebre. Da qui si ritrova su una spiaggia ai piedi della montagna del Purgatorio dove in cima vi è il Paradiso terrestre, il luogo idilliaco in cui visse l’uomo prima del peccato originale. Dante, insieme a Beatrice, era adesso pronto e purificato per elevarsi in volo attraverso i luoghi celesti, fino a Dio.

Nella sua concezione dell’Universo, al centro vi è la Terra, attorno alla quale ruotano nove sfere concentriche, i nove cieli del Paradiso dantesco. I primi sette prendono nome dal pianeta che ha la sua orbita intorno alla Terra, e sono nell’ordine, a partire da quella più vicina, le sfere della Luna, di Mercurio, di Venere, del Sole, di Marte, di Giove e di Saturno. L’ottavo cielo è quello delle Stelle Fisse e il nono, quello più esteso, è il Primo Mobile o Cristallino, che imprime il moto a tutti gli altri cieli sottostanti. Esternamente a queste nove sfere vi è l’Empireo, un decimo cielo eterno e infinito di pura luce e amore, “luogo” in cui ha sede Dio nella sua vera e propria essenza.

Tra i nove cieli vi è una evidente gerarchia di perfezione, partendo da quello della Luna, che è il più vicino alla Terra e quindi il più lontano da Dio, il più piccolo e quello con il moto più lento, per salire progressivamente fino al Primo Mobile, il più vicino a Dio, più ampio e con il moto più veloce.

Così Dante ascendendo di cielo in cielo incontrerà le anime dei santi e dei beati secondo una scala di perfezione e beatitudine che è però costruita dall’autore; ritroveremo infatti tutte le anime nella “rosa dei beati” dove hanno la loro vera ed eterna sede.

CANTO I

"Trasumanar significar per verba non si poria"

Dante comincia l’intera cantica con una lode a Dio, creatore dell’universo che risplende in tutto il creato. Segue l’invocazione poetica ad Apollo che lo aiuti a parlare di certi argomenti così complessi. Nel primo canto ci troviamo ancora nel Paradiso terrestre, mentre Dante domanda a Beatrice il modo in cui potrà alzarsi in volo verso il cielo. Sente allora realizzarsi dentro di sé il fenomeno sublime del trasumanar, termine inventato dal Poeta proprio per descrivere questa sensazione così difficile da spiegare a parole. È la crescita della propria condizione e delle proprie percezioni oltre i limiti dell’umano. Diviene quindi più che uomo, un angelo, come l’amata, degno così di ascendere fino a Dio.

Dante è colpito dallo spettacolo delle sfere celesti, nelle quali si diffonde una musica bellissima e una luce di intensità inconcepibile sulla terra. Si domanda ancora, però, come sia possibile elevarsi attraverso l’aria con il corpo. Beatrice, con l’atteggiamento comprensivo di una madre verso il figlio, spiega che il mondo è stato creato secondo un ordine preciso dalla Provvidenza divina e ogni creatura ha un suo fine stabilito, un destino segnato, nessuno è qui dunque per caso. Per far sì che questo avvenga, a tutte le cose è stato dato dalla natura un istinto che le porti verso questo fine. Fine ultimo dell’uomo è la felicità, cioè ritornare da dove è venuto, al cielo, a Dio…

CANTO III

Ci troviamo nel cielo primo, quello della Luna, dove risiedono le anime sante di coloro che non poterono portare a termine l’impegno preso nei confronti di Dio con i voti religiosi, a causa di violenze subite. Uno degli spiriti è Piccarda Donati, conosciuta in gioventù da Dante, già nominata nel canto XXIII del Purgatorio quando il Poeta incontra l’amico Forese Donati, fratello di Piccarda. Fu il loro fratello Corso, nemico di Dante, a rapirla dal convento di Santa Chiara dove era entrata per farsi suora. Voleva, infatti, farla sposare per motivi di convenienza politica.

Le anime di questo cielo, pur trovandosi lontano da Dio, godono di perfetta beatitudine; Dante chiede però a Piccarda se non desiderino essere più in alto.

La donna risponde che la legge prima del Paradiso è la carità, la quale fa desiderare solo quello che si ha, così si è in completa coincidenza con il volere divino. Dante comprende allora come in cielo ogni luogo e ogni condizione è Paradiso.

Piccarda è un’altra figura femminile di centrale importanza nel percorso della Commedia. Ella richiama le nobili anime di Francesca da Rimini, incontrata nel canto quinto dell’Inferno, e Pia de’ Tolomei, del terzo del Purgatorio. Tutte e tre rappresentano la bellezza dell’animo della donna che, con sottile malinconia, ma con infinita gentilezza, ci insegna i veri valori dell’esistenza.

Quando l’anima di Piccarda si allontana, Dante rivolge lo sguardo verso l’amata Beatrice, ma il suo splendore è tale che ne resta abbagliato.

SAN FRANCESCO

Figura fondamentale della cantica è San Francesco d’Assisi, il santo dell’Amore, figura amata da Dante che gli dedica uno dei canti più celebri dell’opera. Francesco tocca l’apice della fede attraverso la povertà, l’umiltà, rinunciando ad ogni bene terreno, ma vivendo seguendo il vero messaggio di Dio.

Siamo nel quarto cielo, quello del Sole: Dante introduce il canto con un’invettiva che contrappone le preoccupazioni, soprattutto materiali, che occupano la mente e il cuore dell’uomo costringendolo a “volare basso” e distogliendolo da pensieri più nobili e puri incarnati a pieno da Francesco, che visse custodendo il tesoro dello spirito, libero come i passeri del cielo, meritandosi la gloria celeste, nostra vera gioia.

«O insensata cura de’ mortali quanto son difettivi silogismi quei che ti fanno in basso batter l’ali».

La narrazione prosegue con la conversione giovanile segnata e consacrata dalle nozze mistiche del santo con la Povertà, cui segue il miracoloso formarsi del primo gruppo di suoi discepoli. L’agiografia racconta anche le difficili e gloriose vicende del riconoscimento ufficiale del suo ordine da parte della Chiesa, approvato da papa Innocenzo III, infine, dopo aver ricevuto le stigmate, la morte in umiltà.

Francesco ci insegna che la vera felicità è posta lì da dove gli uomini fuggono: la povertà. I suoi valori possono essere presi ad esempio nella vita quotidiana, nei piccoli gesti che compiamo ogni giorno. La bellezza sta nel comprendere che per raggiungere la felicità non è necessario affannarsi: Dio sta nel volto dei poveri a cui doniamo un sorriso, nell’innocenza di un bambino di cui abbiamo cura, in un abbraccio di due anime che si amano. Non ci manca niente; diventiamo grandi restando semplici come bambini, facendoci servi dei più poveri. Come un uccellino del cielo non si domanda cosa mangerà e si accontenta di poche briciole per volare nel cielo, anche noi siamo parte di un infinito e silenzioso Amore di cui Francesco ci parla nei versi immensi del Cantico delle Creature.

Dolce è sentire
come nel mio cuore
ora umilmente
sta nascendo Amore.
Dolce è capire
che non son più solo
ma che son parte di una immensa vita
che generosa
risplende intorno a me
dono di Lui
del Suo immenso Amore.
Ci ha dato il Cielo
e le chiare Stelle
Fratello Sole
e Sorella Luna
la Madre Terra
con Frutti, Prati e Fiori
il Fuoco, il Vento
l’Aria e l'Acqua pura
fonte di Vita
per le Sue Creature
dono di Lui
del suo immenso Amore.

L'ultimo del Paradiso: Beatrice, Maria e

"l'amore che move il sole e l'altre stelle".

La cantica del Paradiso è la conclusione felice di una storia d’amore stupenda, quella tra Dante e Beatrice. Come succede ad ogni innamorato, anche Dante passò dei momenti difficili, in cui non si sentiva corrisposto, convinto che non sarebbe mai potuto stare vicino all’amata. Dentro di lui però la speranza non si spense mai, si sentiva legato a quella ragazza da quando la incontrò per la prima volta a diciotto anni in una via di Firenze, innamorandosi perdutamente dei suoi occhi e del suo sorriso.

Beatrice dovette sposarsi in un matrimonio combinato che non la rese felice; era triste, non si sentiva amata veramente, ma quando camminava per strada appariva lo stesso come un angelo, serena, rendendo più gentili coloro che incontrava. È bello pensare che la sua anima così nobile nei momenti di solitudine, quando si trovava nell’intimità della sua camera, in quegli attimi silenziosi in cui si parla con il proprio cuore, trovasse conforto nel pensare a quel poeta che per lei avrebbe fatto qualsiasi cosa da quando i loro sguardi si incrociarono. Era come se quel giorno avesse chiesto a Dante di ricordarla per sempre, di rendere la sua esistenza straordinaria.

Non fu facile per Dante lasciare andare Beatrice, che si spense l’8 giugno 1290. Era arrivato a comporre meravigliosi versi osservandola da lontano, immaginando di poterla amare e ringraziando per aver avuto anche solo il privilegio di incontrarla e lodarla. Adesso si domandava, però, come avrebbe potuto rendere eterno il ricordo di Beatrice, non sapeva come fare; fu questo il periodo in cui Dante si smarrì, senza trovare un senso, fino all’idea del viaggio della Commedia: gli occhi dell’amata sarebbero stati la guida fino a Dio e lei un angelo custode da celebrare nella cantica del Paradiso. Questo fu il suo regalo; così l’amore vinse la morte e Dante divenne l’unico poeta ad innalzare in questo modo una donna.

Nel canto XXXI si compie l’intera vicenda amorosa per Beatrice, nell’anfiteatro celeste della rosa dei beati.

Bisogna immaginarsi il Poeta al centro di una immensa schiera di anime sante, con un numero infinito di angeli che brillano di luce e volano con amore verso Dio. Dante si volta verso Beatrice per porle delle domande, ma non la vede, un po’ come era successo con Virgilio nel Purgatorio, scomparso silenziosamente. Al suo posto vede un’anima che sarà la sua ultima guida, San Bernardo, a cui subito chiede di Beatrice. Il santo gliela indica già ritornata al suo seggio tra gli altri beati. Dante, nonostante la lontananza, la può scorgere chiaramente e, rincuorato, le rivolge un ultimo saluto, una preghiera di ringraziamento, cui la donna risponde con un sorriso. Un sorriso, si conclude così la loro storia d’amore, nello stesso modo in cui tutto era cominciato.

Beatrice nella cantica è l’elemento decisivo per comprendere l’opera dantesca nella sua totalità: è la guida di Dante nella salita di cielo in cielo e si fa intermediaria tra i beati e il Poeta, risolve i suoi dubbi come una madre amorevole e diviene, oltre alla donna amata in terra, simbolo della Teologia, della Grazia e della Verità rivelata, mezzo per giungere sino a Dio.

Dante ha potuto lodare Beatrice e porla in un ruolo spirituale così alto grazie ad un’altra figura femminile, quella più importante della storia dell’umanità: Maria.

Il periodo in cui visse Dante, il Medioevo, viene studiato come un periodo buio, di guerre e di superstizione, ma è anche quello in cui nasce il culto della Madonna. Da quel momento la figura femminile non fu più la stessa; prima le donne non avevano diritto di parola e appartenevano al marito, ora divennero invece madonne, così iniziarono ad essere chiamate. Pian piano poterono decidere di sposarsi e di concedersi all’uomo di cui erano innamorate. Così come Maria aveva detto di sì a Dio che l’aveva scelta, ma anche lasciata libera di decidere, anche le donne avrebbero ora potuto scegliere. Fu un cambiamento incredibile.

Maria è stata colei che ha fatto innamorare Dio, il quale, nel momento dell’Annunciazione, in cui le chiese di diventare la Madre del suo unico figlio, si sentiva profondamente fragile, come ogni innamorato, perché aveva paura di un rifiuto. Maria era quindi libera di scegliere, e lo siamo tutti noi, questo è uno dei doni più grandi che possediamo.

Il cambiamento straordinario del ruolo della donna che avviene grazie a Maria ci viene ricordato attraverso l’opera di Dante e non va mai dimenticato: attraverso l’amore di una donna, di una madre, veniamo al mondo, e grazie all’amore per la persona amata ci meriteremo di tornare al cielo.

Nel canto XXXIII Dante dovrà allora rivolgersi alla Madonna per la visione finale, in cui potrà finalmente mettere i suoi occhi, per un instante, nella luce eterna di Dio.

Lo sguardo della Madonna è l’unico che può sempre vedere Dio perché, come recita la preghiera di San Bernardo, è allo stesso tempo Madre e Figlia di Gesù.

Terminata la preghiera, la Vergine fissa San Bernardo, quindi alza gli occhi a Dio: Bernardo capisce che la Madonna accetterà e sorride a Dante.

Dante interrompe la narrazione per confessare l’insufficienza delle parole e della memoria a descrivere pienamente la visione che sta per presentarglisi: sarà come cercare di narrare un sogno che quando ci svegliamo non ricordiamo bene, le cui immagini svaniscono pian piano con la luce dell’alba, al contrario però dell’emozione che rimane forte in noi.

“Qual è colüi che sognando vede,

che dopo 'l sogno la passione impressa

rimane, e l’altro a la mente non riede”…

Ancora, è come la neve che si scioglie al sole e Dante non riesce a trattenere in sé quell’immensa visione; l’uomo può solo cercare con tutte le sue forze di avvertire la presenza di Dio, nel vento che soffia tra gli alberi, nel rumore del mare e nella risata di un bambino.

Il Poeta invoca allora Dio perché gli sia concessa la forza di ridire almeno una minima parte di ciò che egli vide.

Ecco allora che Dante mette lo sguardo nella luce diretta di Dio fino a congiungersi a Lui:

“Nel suo profondo vidi che s’interna,

legato con amore in un volume,

ciò che per l’universo si squaderna”…

Nel profondo di quella luce vide dunque tutto ciò che esiste nell’universo, legato dall’Amore divino; vide l’unione perfetta di tutte le realtà, perché nulla è stato creato senza una ragione, senza un fine.

Nel punto in cui vi è Dio si vede tutto sempre, l’eternità in un istante.

“Ne la profonda e chiara sussistenza

de l’alto lume parvermi tre giri

di tre colori e d’una contenenza;

e l’un da l’altro come iri da iri

parea reflesso, e 'l terzo parea foco

che quinci e quindi igualmente si spiri”.

Bisogna immaginarsi questa luce che appare a Dante divisa in tre cerchi di diversi colori, riflessi l’uno dall’altro, che in realtà sono una sola cosa: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Lo Spirito Santo è il terzo cerchio, quello emanato con la stessa intensità dal primo e dal secondo, e non è altro che il respiro di Dio, quel sospiro d’Amore del Padre verso il Figlio e verso ognuno di noi.

La nostra immensa grandezza è quella di aver ricevuto in dono, nell’intimo del nostro cuore, una scintilla di questo sentimento; l’Amore che doniamo è ciò che ci avvicina a Dio e ci rende come Lui. Perché Dante, che non smette mai di stupirci, afferma nei versi successivi di rivedere la propria e la nostra immagine in quella di Dio; solo così ha potuto fissare la Sua luce.

Il senso ultimo della Commedia è questo sentimento d’Amore in cui Dante, smarrito, ritrova sé stesso, perché è la nostra stessa essenza. Siamo dunque fatti di un Amore infinito, quello di Dio, talmente grande da riuscire a muovere l’universo intero…

l’amor che move il sole e l’altre stelle.