Progetto artistico Inferno

In ambito artistico Dante e la Commedia hanno avuto una grande fortuna e sono tantissime le opere che rappresentano le vicende del più grande componimento della letteratura italiana.

Ma com’era veramente il nostro Dante? Di lui non è rimasto quasi niente: neanche una firma, un vestito, un suo scritto originale.

Questo ritratto, realizzato dal pittore fiorentino Giotto, contemporaneo del poeta, è il più antico che si possiede e mostra probabilmente l’autentico volto di Dante o almeno è quello che più gli assomiglia.

Dante Alighieri, nato a Firenze nel maggio del 1265, era un uomo dotato di una grande autostima, si sentiva predestinato ed era convinto che Dio lo avesse scelto per scrivere qualcosa di immenso per salvare l’umanità intera.

Era un sognatore, uno controcorrente, un uomo sicuro e certo delle sue potenzialità, che sapeva di essere il migliore, ma anche profondamente umano, passionale, timido, pauroso e fragile, peculiarità che si ritrovano nel percorso della Commedia. Aveva anche lui moltissimi dubbi e insicurezze, caratteristiche di chi ha capito che la vita è qualcosa di inspiegabile. Convinto che era un destino più grande a guidarlo in ogni situazione della sua vita, in particolare nell’amore per Beatrice, si dice che parlasse poco e solo se necessario; amava la solitudine ed era solito perdersi in immaginazioni e pensieri fino al punto da non accorgersi di ciò che gli accadeva intorno.

Sembra che, se toccato sulla politica, si adirasse fino a perdere l’autocontrollo.

Dante aveva il volto lungo, naso aquilino, occhi grandi e mascelle sporgenti. Di bassa statura e un po’ curvo, aveva il colorito scuro.

Ecco com’era probabilmente quest’uomo che ci ha lasciato l’apice di tutte le letterature.

La sua opera è immortale e incredibile, un dono straordinario che possediamo, un racconto che narra in modo semplice di tematiche complesse e difficili da spiegare. Bisogna avvicinarsi al poema con l’innocenza di un bambino, e solo in seguito impegnarsi a capire le allegorie e le metafore. Per questo motivo abbiamo scelto Dante e il suo poema come compagni di viaggio di quest’anno.

Questo dipinto conservato in Santa Maria del Fiore, il duomo di Firenze, è il più importante del pittore Domenico di Michelino.

Al centro dell’opera vediamo Dante avvolto nel suo tipico abito di colore rosso che tiene aperto nella mano sinistra il suo poema. La mano destra è raffigurata nell’atto di spiegarci il contenuto della sua opera, illustrato proprio alla sinistra della mano con le scene della cantica dell’Inferno. Dietro infatti alle possenti mura e alla porta di ingresso dell’Inferno, si vedono tantissime anime dannate e diavoli dalle orribili fattezze che in fila arrivano fino a Lucifero, l’angelo ribelle caduto dal cielo, rappresentato nel fuoco in basso del dipinto.

Alla destra di Dante vi è in tutta la sua grandiosità la città di Firenze dove il poeta nacque e dalla quale fu costretto a fuggire a causa dell’esilio.

Sullo sfondo si vede la montagna del Purgatorio che Dante e Virgilio saliranno dopo essere usciti dall’Inferno “a riveder le stelle”; in cima il Paradiso terrestre.

“Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita”.

Sono queste le famose parole che aprono la Commedia e delineano la situazione che stava vivendo il poeta all’età di trentacinque anni. Dante si trova ad affrontare un momento difficile della sua esistenza, uno smarrimento esistenziale che lo stava conducendo verso il peccato raffigurato dalla selva buia e tenebrosa ben rappresentata dall’immagine del pittore francese Gustave Dorè.

Al centro del dipinto si vede il poeta che cammina spaventato in un paesaggio pauroso che lo porta verso l’oscurità del peccato, ma a salvarlo sarà Virgilio che poi lo guiderà nell’incredibile viaggio attraverso l’Inferno.

La condizione del Dante smarrito è universale, perché al suo posto potrebbe esserci ciascuno di noi in un momento di sconforto della vita. Infatti il poeta usa le parole “nostra vita”, ad indicare che lui simboleggia ogni uomo nel momento in cui si trova a scegliere tra bene e male.

Delle tre fiere incontrate nella selva oscura è la lupa, simbolo dell’insaziabile avidità, che più fa paura a Dante, il quale chiede aiuto a Virgilio con le parole “Miserere di me”. Grazie all’intervento del poeta latino comincia il viaggio di Dante nell’Inferno. Da questo importante momento illustrato da Gustave Dorè inizia anche il rapporto tra Dante e Virgilio: quest’ultimo sarà la guida di Dante nel percorso attraverso i regni dell’Inferno e del Purgatorio e soprattutto un vero amico.

La loro amicizia è la più bella di tutti i tempi, di ogni racconto che è stato scritto; Virgilio è un maestro rassicurante, il punto di riferimento poetico e umano di Dante che vuole mostrarci come siano importanti le figure che scegliamo a modello nella nostra vita.

Ogni dialogo tra loro è per noi fonte di insegnamento, soprattutto per capire il senso più profondo dell’amicizia: Virgilio è estremamente attento ai dubbi e alle insicurezze di Dante, riesce ad ascoltare il suo cuore, lo capisce e lo consola senza che debba esprimere le sue paure. Gli amici veri sono così: delicatamente ci sono vicini e hanno il privilegio di sentire le parole non dette. 

Un giorno di maggio dell’anno 1283 accadde a Dante un episodio che avrebbe cambiato la sua vita e l’intera storia della letteratura.

Mentre stava passeggiando per le vie di Firenze incontrò, vestita di bianco, con altre due nobildonne, Beatrice: l’amore della sua vita.

Vide subito i suoi occhi color smeraldo che già altre volte aveva incontrato, ma questa volta fu diverso perché Beatrice lo guardò profondamente.

Dante e Beatrice si erano infatti già visti all'età di nove anni, ma fu questo il decisivo incontro, quello raffigurato da Henry Holiday, in cui il poeta, che aveva diciotto anni, capì il suo grande sentimento che provava verso la ragazza.

Beatrice non era la più bella, molte giovani di Firenze erano considerate migliori, ma per Dante quei suoi occhi verdi che conferivano alla chiara carnagione una straordinaria luminosità e quel sorriso fresco, spontaneo, appena velato di tristezza, rappresentavano l’immagine dell’amore vero.

Fu la prima volta che sentì la voce della donna, una voce delicata e quasi tremante che sussurrò: “salute”. Solo una semplice parola e due occhi: è in modo così diretto e chiaro che il poeta ci descrive la scena che cambiò la sua esistenza. Holiday si limita a leggere i versi di Dante per realizzare l’opera, ma il risultato è un vero e proprio capolavoro che appare quasi come una fotografia.

Nel terzo canto dell’Inferno Dante, dopo aver incontrato le anime degli ignavi, coloro che in vita non si sono mai schierati a favore di un’idea e non hanno mai preso una decisione, vede arrivare su una barca un vecchio con la barba bianca. È il demonio Caronte che grida: “Maledette voi, anime malvagie! Non sperate di vedere mai più il cielo: io vengo per trasportarvi sull’altra sponda, nelle tenebre eterne, nel fuoco e nel gelo”.

Caronte nella mitologia è colui che trasporta le anime all’Inferno, lo fa per mezzo di un’imbarcazione che muove col suo remo usato anche per caricare le anime che sono timorose e cercano di non salire a bordo.

Alla vista di Dante, ancora in vita, Caronte gli urla di allontanarsi, ma le parole di Virgilio riescono a quietare la sua ira. Alle dure minacce del traghettatore, le anime restano sconvolte e si accostano alla riva, a una a una, e salgono spaventate sulla barca del nocchiero infernale. Virgilio rassicura Dante mentre sulla riva si ammassa una nuova schiera di dannati.

L’immagine di Caronte è raffigurata da Michelangelo Buonarroti nel suo affresco capolavoro della Cappella Sistina: il Giudizio Universale. Caronte si trova in piedi su una barca mentre compie il suo lavoro di traghettatore e tiene nelle mani un remo con cui percuote le anime. Il suo corpo muscoloso presenta dei tratti animali: i piedi, con dei vistosi artigli, sembrano le zampe di un predatore. Presenta delle lunghe orecchie da diavolo e lo sguardo minaccioso: chiaramente l’autore dell’affresco si è ispirato ai versi del Sommo poeta.

Dante e Virgilio giungono nel secondo girone, un luogo meno ampio del primo ma con una maggiore sofferenza contenuta: le anime sono tormentate fino al lamento da forti raffiche di vento.

A guardia del girone vi è Minosse, il giudice infernale che, con aspetto minaccioso, ha il compito di assegnare alle anime dannate il luogo della pena eterna; attorciglia la coda quante volte sono i cerchi in cui decide che vengano precipitate.

Vedendo che Dante è ancora vivo e non in peccato, interrompe il suo importante compito e lo ammonisce di non fidarsi della spaziosità della strada che si accinge a percorrere e neppure di Virgilio come guida. Quest’ultimo però riesce a sedarlo, grazie a una frase già sperimentata in precedenza con Caronte.  

Il pittore Gustave Dorè leggendo i versi danteschi si immagina il giudice infernale come un gigante dalla lunga barba che muove la sua coda, che sembra un serpente, per indicare alle piccole e spaventate anime che gli giungono davanti, il luogo dove finire per l’eternità.

Sempre nel secondo girone, Dante e Virgilio incontrano le anime dei lussuriosi, coloro che si sono abbandonati alle passioni.

Il poeta scorge due anime che volano insieme e sembrano essere al vento più leggere; egli domanda a Virgilio di potersi intrattenere con loro e quando si accostano le invita a restare e a parlare; quasi fossero due colombe ansiose di giungere al loro nido, esse si fermano desiderose. Sono gli spiriti di due amanti uniti infelicemente nell’eternità: Paolo e Francesca.

Dante fa in modo che questa storia rimanga per sempre impressa; ha scolpito i due personaggi con quell’istante stupendo in cui ancora non sapevano di essere innamorati e vengono trafitti dall’amore. Prova pietà per loro e quasi li invidia sebbene si trovino all’Inferno, vorrebbe essere al loro posto, perché sono morti per amore e perché ancora si amano.

L’amore è continuamente nominato, è proprio il canto dell’amore, quello preferito di Dante.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Sono i versi più celebri della letteratura di tutti i tempi: a parlare è Francesca. Il primo verso afferma che l’amore divampa come un fulmine in chi ha il cuor gentile e così loro si innamorarono, ma furono uccisi da Gianciotto, che il pittore francese Ingres raffigura nel suo dipinto alle spalle dei due innamorati mentre li coglie in tradimento. Gianciotto, che uccise sua moglie e suo fratello, finirà in una zona molto più bassa dell’Inferno, la Caina. In seguito Dante, in un solo verso, esprime l’intero concetto dell’amore: afferma che questo sentimento non è mai sprecato, che l’amore vero esiste per sempre, è eterno e prima o poi anche solo una scintilla dell’amore che si dona ritorna. E’ una legge scritta nel firmamento: l’amore donato prima o poi viene restituito.

Il pittore e poeta britannico Dante Gabriel Rossetti si interessò sin dalla giovinezza al Sommo poeta, passione ereditata dai genitori. Sono numerosi le sue rappresentazioni di Dante e Beatrice tra cui il loro primo incontro o l’episodio di Paolo e Francesca.

Era affascinato dalla figura di Beatrice la quale compare in ogni scritto di Dante ed è l’elemento decisivo per comprendere la totalità della sua opera. Senza di lei Dante non avrebbe scritto la Commedia; fu dal loro primo incontro e dall’emozione che provò il giovane poeta che tutto ebbe inizio. Fu Beatrice a salutarlo per prima e questo al tempo era un fatto molto rilevante. Fu davvero coraggiosa lei, una donna già promessa sposa che alza i bellissimi occhi verso un uomo quasi a volergli dire: “ti prego, innamorati di me. Ti scongiuro, fa in modo che il mondo si ricordi che sono esistita e che ero bella. Parla di me usando le parole come solo tu sai fare e fa che questo incontro, questo attimo, viva eternamente e che i miei occhi siano la guida in ogni tuo capolavoro”.

Dante da quel momento non si levò dalla testa quell’incontro, quegli occhi e quel saluto, si sentì in dovere di realizzare qualcosa di stupendo nella vita per lei anche se non avrebbe potuto averla.

Arrivò alla gloria, diventò il poeta più grande della storia, scrisse un’opera immortale, un monumento di parole che oltrepassano i tempi e si leggono e studiano ancora oggi rendendo immortale il loro amore. E forse, se si potesse chiedere a Dante perché fece tutto ciò, lui semplicemente risponderebbe perché un giorno di maggio incontrò Beatrice che lo guardò dicendogli con gli occhi: “Innamorati di me”.

Il viaggio attraverso l’Inferno è giunto al termine e Dante finalmente rivede il cielo e la luce.

Gustave Dorè raffigura i due poeti che, in cima a un piccolo monte, si lasciano indietro una strada il cui percorso è stato arduo e che ora contemplano la bellezza della volta stellata. Virgilio indica il cielo con la mano al suo compagno che, al termine di questo percorso, non è più quello di prima.

Nella cantica dell’Inferno, a livello poetico, Dante ha messo in luce tutte le sue qualità per descrivere le realtà incontrate; è interessante come si immagini il modo di scontare i peccati per ogni anima per l’eternità e il relativo contrappasso, cioè quella legge che stabilisce, per analogia o per opposizione, la precisa pena per la colpa commessa.

L’Inferno è il regno delle umane passioni, raffigurate nelle più esasperanti manifestazioni; è un viaggio drammatico che fa riflettere ma che sa anche far divertire il lettore. Toccando quindi le nostre emozioni, grazie a questa cantica la poesia di Dante arriva a toccare la vetta più alta perché compito di un poeta è quello di farci sentire vivi, di risvegliare sentimenti e nostalgie che prima ignoravamo.