Dante posticipato

Dante posticipato è un progetto realizzato a Pisa dal 25 al 28 maggio 2016, ideato da Marco Santagata e sostenuto dal Comune di Pisa.

L'iniziativa, pensata in continuità con le celebrazioni del 750° anniversario della nascita, si propone di mostrare quanto sia ancora viva la presenza di Dante nella cultura contemporanea e quanto essa incida sul'immaginario collettivo.

Sono passati 750 anni dalla nascita di Dante nel 2015 e saranno 700 dalla morte nel 2021; così viene spontanea la domanda sul perchè festeggiare Dante Alighieri quest'anno.

L'idea di Marco Santagata è quella di riuscire a considerare Pisa, entro l'anniversario della morte del Poeta, una città dantesca a pieno titolo.

Mi sono recato per due giorni molto intensi nella città toscana: gli eventi sono stati numerosi e hanno coinvolto i campi più importanti della cultura italiana: dalla critica letteraria alle arti visive, dalla poesia alla narrativa, dal teatro al cinema, dal mondo della scuola a quello della comunicazione... Un inizio davvero forte in vista del prossimo anniversario. 

Pisa: dall'invettiva ad una delle città di Dante

Ahi Pisa, vituperio de le genti

del bel paese là dove 'l sì suona,

poi che i vicini a te punir son lenti,

muovasi la Capraia e la Gorgona,

e faccian siepe ad Arno in su la foce,

sì ch'elli annieghi in te ogne persona!

Inferno, canto XXXIII, vv. 79 - 84 

Il canto XXXIII è uno dei più misteriosi e studiati di tutto il poema. La bellezza e la potenza d’immaginazione raggiungono qui i massimi livelli, ma anche la grandezza del dolore, essendo ambientato nel IX cerchio dove si trovano i traditori, oltre che una costante incertezza ed enigmaticità che avvolge il racconto tremendo, che toglie il respiro. Il significato più profondo del canto sta nello strazio dei cuori delle anime dannate dell’Inferno. Dante vuole mostrarci cosa può causare la malvagità dell’uomo, l’odio. Il racconto parla di un padre costretto a veder morire di fame con sé i propri figli, senza trovare né poter dare loro alcun conforto; qui è racchiuso il massimo dolore pensabile sulla terra, e il massimo dell’odio: è questo il peggiore Inferno.

Ugolino della Gherardesca (Pisa, 1210 - 1289) era un conte di Pisa di parte ghibellina, come tutta la città, acerrima nemica di Firenze. Ricopriva importanti ruoli politici e fu comandante navale, ma tradì la sua città contribuendo alla disfatta di Pisa nella battaglia della Meloria. In seguito parteggiò per i guelfi, la fazione politica opposta a quella dei ghibellini, permettendo che essi si insediassero nel governo pisano.

Peggio ancora fece l’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, nonostante fosse uomo di chiesa. Di parte ghibellina, tradì Ugolino, chiudendolo nella Torre della Muda con i suoi quattro bambini. Ordinò di gettare la chiave della porta nell’Arno per lasciare morire di fame i cinque prigionieri. Fece ciò dopo avergli messo contro l’intera città dichiarando ai pisani che il conte stava diventando un guelfo. Insomma due tradimenti in un solo racconto, un traditore che tradisce un altro traditore. Dante non tollera questo peccato e non ha alcuna pietà; le anime si trovano nell'Inferno più basso, immersi nel ghiaccio del fiume Cocito, una vastissima distesa in cui le anime sono ghiacciate e con loro i sentimenti; l’odio ha raggelato il cuore e la vita non c’è più, regna solo il niente e un freddo immane provocato dallo sbattito delle ali di Lucifero.

Il canto comincia con il famosissimo endecasillabo "La bocca sollevò dal fiero pasto". Questi è il conte Ugolino che, nel ghiaccio infernale, morde il cranio dell’arcivescovo Ruggieri. Avendo compreso che Dante è fiorentino il dannato non ritiene di dover narrare i fatti storici assai noti del suo tradimento, ma l’enorme offesa della morte data dal nemico a lui e ai suoi figli. Per i contemporanei di Dante che leggevano questi versi la scena era incredibile; il poeta ha visto nel suo viaggio che Ugolino mangia in eterno la testa di Ruggieri e dice a Dante che gli racconterà cosa è successo veramente. Era all’epoca un fatto di cronaca molto sentito. Nessuno poteva sapere cosa fosse successo veramente in quella torre e quindi il continuare la lettura è scontato. Si sapeva solo che dopo otto mesi la porta della torre fu aperta e vennero trovati i cinque cadaveri tutti smangiucchiati, probabilmente dai topi, ma nacquero anche credenze popolari che andarono ben oltre.

Dante si immagina che Ugolino appena fu rinchiuso fece un sogno premonitore: la fine era vicina e quando si svegliò dall’incubo, sentì il pianto dei figli che, straziati dalla fame, chiedevano invano il cibo. I bambini piccoli pensano che un padre possa tutto quanto, ma nei versi si nota quanta sofferenza dovesse provare il padre di fronte all’impotenza in quel momento di dolore e di morte. Ugolino cerca di non piangere, di non spaventare i figlioli. Il piccolo Anselmuccio però gli chiese cosa avesse e perché li guardasse in modo strano. Il padre non rispose, il silenzio era spettrale, si iniziò a mordere dal dolore, dallo strazio e dalla paura le mani. I bambini pensarono che lo facesse perché anche lui aveva fame e gli dissero: “Padre, assai ci fia men doglia se tu mangi di noi: tu ne vestisti queste misere carni, e tu le spoglia”. Addirittura i figli si offrono in sacrificio al padre, un gesto d’amore incredibile, un gesto estremo che fece rabbrividire Ugolino che si calmò per non renderli ancora più tristi e preoccupati. Si nota come tutto il canto, verso dopo verso, è scandito dall’atto del mangiare: i figli dicono al padre che gli ha dato la vita che ha il diritto di toglierla, di nutrirsi delle loro stesse carni, il mangiarsi le mani poiché non sapeva che fare e la prima scena che apre il canto con la voracità con cui Ugolino morde il cranio.

Quando arrivò il quarto giorno, Gaddo, il più piccino, si gettò ai piedi del suo papà: “Padre mio, ché non m’aiuti?”. A questo gesto non si resiste, le parole di Gaddo sono come quelle pronunciate da Gesù sulla croce: “Padre, perché m’hai abbandonato?”, nemmeno il figlio di Dio ha avuto l’aiuto del padre, nel momento massimo della sofferenza, quando il dolore si faceva insopportabile.

Gaddo morì e in seguito, tra il quinto e il sesto giorno, ad uno ad uno, anche gli altri si lasciarono andare accecati dalla fame, cadendo ai piedi del padre che, anch’egli cieco e in punto di morte, si mise a brancolare su ciascuno e per due giorni li chiamò.

“Poscia, più che ‘l dolor, potè ‘l digiuno” . Questo verso che chiude il racconto è uno dei più celebri e forse il più enigmatico che sia stato scritto, per il quale sono stati compiuti moltissimi studi e date varie interpretazioni. Dante vuole proprio lasciare il mistero: Ugolino, morto e vinto dalla fame, si mangiò i corpi dei figli, oppure morì di fame anche lui oltre che dal dolore? La seconda è quella che ognuno di noi spera quando legge il racconto, il poeta ha però volutamente lasciato nell’incertezza il finale del racconto e questo suscita delle riflessioni nel lettore; forse voleva evitare di raccontare quella scena cruente dove il padre divora i bambini che già hanno sofferto senza avere nessuna colpa. Inoltre il ripetersi della parola mangiare induce a pensare questa triste verità.

La Torre della Muda, luogo della drammatica vicenda, si trova oggi nella piazza dei Cavalieri, inglobata nel palazzo dell'Orologio ed è nota come Torre della Fame. Il nome della Muda deriva dal fatto che in precedenza vi venivano rinchiuse le aquile allevate dal comune di Pisa durante il periodo della muta delle penne. Sulla parte sinistra dell'edificio è presente una lapide che ricorda il triste episodio; si vede ancora il contorno di pietra della torre a sinistra dell'arco centrale. La parte destra dell'edificio era invece il Palazzo del Capitano del popolo.

Dante, finito il racconto di Ugolino, insorge nella celebre invettiva contro Pisa e i suoi cittadini, colpevoli di aver lasciato morire quattro bambini innocenti. Il padre aveva tradito la città, ma il Poeta non riesce a spiegarsi come si possano uccidere dei bambini che non avevano alcuna colpa e fino a dove possa arrivare l'odio dell'uomo. Con questi versi Pisa rimase nella storia come città ostile al Sommo poeta che assegna alla città toscana il simbolo del martirio guelfo, il suo partito politico a cui fu fedele per tutta la vita nonostante questa scelta lo portò a vivere la maggior parte della vita in esilio, lontano dalla famiglia. L'animosità del suo carattere lo portava spesso a perdere il controllo se toccato sulla politica e Pisa, famosa come città fortemente ghibellina, non poteva essere certo ben vista e amata da Dante. Però è quasi sicuro, sostiene Marco Santagata, che il Poeta vi dimorò per quasi quattro anni, a partire dal 1312. Nella conferenza "Dante e/a Pisa", tenuta nella seconda giornata di eventi, presso Palazzo Blu, Santagata precisa che quando si parla della biografia di Dante ci si basa sempre su delle supposizioni, in quanto non è rimasto neanche uno scritto originale a testimoniare qualche episodio della sua vita, ma il poco di cui siamo a conoscenza ce lo ha lasciato lo stesso Dante che spessissimo parlava di sé. Notevoli studiosi danteschi , a partire dal Boccaccio, hanno poi tramandato man mano il sapere necessario a tracciare almeno un quadro storico della vicenda biografica del Poeta.

A Pisa Dante arrivò dopo essere stato per un breve periodo a Genova, altra città a cui dedica una dura invettiva sempre nel canto XXXIII (vv. 151 - 157). La sua presenza qui è certa: lo attesta un testimone d'eccezione. In una lettera a Boccaccio, Petrarca, che doveva difendersi dalle accuse che il suo disinteresse verso Dante derivasse da un sentimento di invidia, scrive di avere incontrato l'autore della Commedia una sola volta nella sua vita, quando era ancora un bambino. Non specifica dove e quando, dice però che suo padre, ser Petracco, e Dante, erano amici e accomunati dall'esilio e da altre lettere si può ricostruire con certezza che si incontrarono a Genova nell'inverno 1311 - 1312.

Appena poco più tardi Dante fu costretto a trasferirsi a Pisa che in quel momento era rimasta l'unica città sicura. Qui fu un momento molto rilevante a livello poetico per Dante che compose la Monarchiaopera redatta in latino, quindi rivolta ad un pubblico di dotti, di argomento politico e molto importante essendo l'opera dottrinale più organica e l'unica portata a termine. Non solo, secondo il professor Santagata, l'Alighieri avrebbe scritto a Pisa la fine della cantica del Purgatorio e l'inizio del Paradiso.

Questi recenti studi danteschi fanno quindi di Pisa non solo la città dell'invettiva e odiata dal Poeta, ma un luogo in cui trovò un clima sereno, perfetto per concentrarsi sulla stesura di componimenti fondamentali per la sua poetica. Tali aspetti possono portare la città a togliersi il peso dell'invettiva che da sempre grava su di lei e arrivare con un po' di tempo ad essere una delle città di Dante, insieme a Firenze, Ravenna e Verona; sicuramente non allo stesso livello, ma in ruolo decisamente rilevante. Magari entro il 2021...         

Dante a Pisa: le mostre artistiche

Nel canto IX Dante e Virgilio devono varcare le mura delle città di Dite, ma i diavoli si rifiutano di lasciarli passare e sbarrano le porte della città. Virgilio, addolorato, consola Dante annunciando l'arrivo di un messo celeste.

Nell'attesa l'attenzione del poeta si fissa sulla cima delle mura, dove si presenta uno spettacolo terrificante: le tre Furie infernali Megera, a sinistra, Aletto, a destra, e Tesifone al centro, si graffiano furiosamente e gridano così forte da indurre Dante a stringersi alla sua guida. Invocano l'arrivo di Medusa per pietrificare i visitatori inopportuni, quindi Virgilio lo esorta a voltarsi e gli chiude gli occhi con le mani per non vederla.