La Roma di Caravaggio e Annibale Carracci

Il Seicento fu un secolo fondamentale per quella che è oggi la Roma che conosciamo e per l'intera storia dell'arte. Nel Rinascimento i geni di Michelangelo Buonarroti e Raffaello Sanzio avevano donato la vita alla città eterna con le loro opere divine, ma nel Seicento, nella pittura così come nella scultura, vi furono artisti capaci di proseguire la tradizione del passato senza avere la presunzione di superarla, bensì donandole nuova linfa attraverso lo studio dei loro maestri e la ricerca di una nuova idea di pittura in linea con i sentimenti del nuovo secolo.

È il caso di Caravaggio, il quale pose l'attenzione sull'uomo e sulle sue paure, dipingendo in maniera soggettiva i propri quadri, e di Annibale Carracci, che dopo un inizio di carriera in cui affrontò temi moderni e realistici, quindi legati al naturalismo, decise di proseguire il classicismo imitando Raffaello. Si tratta dei migliori autori attivi a Roma a fine Cinquecento, inevitabilmente rivali ma allo stesso tempo animati da reciproca stima.

Entrambi nacquero nella seconda metà del XVI secolo, Carracci qualche anno prima di Caravaggio, ed entrambi morirono all'inizio del secolo successivo, il Carracci nel 1609 ed il Merisi nel 1610. Furono dunque figure di passaggio fondamentali tra Cinque e Seicento che introdussero e allo stesso tempo segnarono per sempre la pittura moderna.

In scultura, invece, il nuovo secolo attendeva l'arrivo del genio di Gian Lorenzo Bernini, l'architetto di Roma, capace di reggere il confronto con la scultura di Michelangelo e, forse, addirittura di superarlo.

Caravaggio è noto da sempre per la sua vita inquieta che si riflette nella propria produzione pittorica, dove il ruolo decisivo della luce è l'emblema stesso della ricerca di salvezza; anche il Carracci non fu molto fortunato, anch'egli morì giovane, di malinconia, con gli ultimi anni che furono segnati dalla malattia e da uno stato di grande prostrazione e sconforto.
Le loro esistenze, però, sono rimaste indelebili fino ai nostri giorni e, sebbene con maggiore o minore fortuna, con talento ritenuto più grande o meno da parte dei critici, i due pittori venivano considerati antagonisti nel contesto della Roma di fine Rinascimento, per tale motivo è essenziale analizzare insieme i loro percorsi, con tutte le analogie e le differenze, dalle loro origini fino all'arrivo nella città eterna: Caravaggio divenendo forse negli anni il pittore più celebre e amato nonostante le incomprensioni e la morte in fuga, Carracci arrivando ad essere seppellito in uno dei luoghi simbolo della città, il Pantheon, vicino alla tomba del suo maestro Raffaello.

Venuti a mancare i geni del Rinascimento, per la storia dell'arte si aprì un periodo di transizione e di incertezze, scrisse il critico Giovan Pietro Bellori nelle sue Vite, opera che si impose come la degna prosecuzione delle meravigliose biografie di Giorgio Vasari. Se si focalizza l'attenzione su Roma, città nella quale Caravaggio e Carracci diedero vita ai propri capolavori, ci vollero in effetti un discreto numero di anni per trovare due artisti in grado di imporsi come modelli di riferimento, forse proprio per il difficile confronto con gli artisti precedenti. Un artista come Rubens, per esempio, non lavorò molto a Roma e addirittura la sua rivoluzione pittorica non toccò in modo determinante l'Italia, così come Federico Barocci, possibile redentore delle arti, vittima però del lento e malinconico tramonto della città di Urbino, culla della cultura rinascimentale.
In tale contesto la Divina Provvidenza, afferma il Bellori, mandò sulla terra il vero salvatore dell'arte, vale a dire Annibale Carracci, novello Raffaello per opera e fecondità della propria scuola.
«Così quando la pittura volgevasi al suo fine, si rivolsero gli astri più benigni verso l'Italia, e piacque a Dio che nella città di Bologna, di scienze maestra e di studi, sorgesse un elevatissimo ingegno, e che con esso risorgesse l'arte caduta e quasi estinta. Fu questi Annibale Carracci, di cui ora intendo scrivere, cominciando dall'indole ornatissima ond'egli inalzò il suo felice genio, accoppiando due cose raramente concesse a gli uomini, natura ed arte in somma eccellenza».

A lui, che Bellori loda per aver ripreso i valori del bello ideale e della perfezione pittorica raffaellesca, si contrappone Michelangelo Merisi da Caravaggio, animo inquieto a cui il critico riconobbe il merito storico di aver ricondotto gli artisti, sviati dietro la fantastica idea dei manieristi, all'osservazione del naturale.

Il Carracci proveniva da un ambiente culturale basato sull'organizzazione del lavoro nell'ambito di una scuola derivante dall'antica pratica di bottega, di cui quella raffaellesca era l'esempio più eminente. Caravaggio, pur formatosi a bottega da Simone Peterzano, concepiva la nobile professione del pittore come un mestiere a cui dedicarsi in assoluta solitudine, in un orgoglioso isolamento considerato come l'unica possibile via per il manifestarsi del genio.
Ecco che allora, alla fine del Cinquecento, risorgeva la contrapposizione fra Raffaello e Michelangelo attraverso Annibale Carracci e Caravaggio, uno prosecutore di quella armonia pittorica e celestiale bellezza che aveva toccato l'apice con il Sanzio delle Stanze Vaticane, l'altro, che del Buonarroti non aveva in comune solo il nome, di quella angosciata e tormentata genialità capace nel suo grido disperato di concepire opere titaniche come la Cappella Sistina.

Sia Caravaggio che Carracci mostrarono sin dagli esordi la loro propensione verso il naturalismo pittorico, imitando il vero e ispirandosi a soggetti semplici, quotidiani. In età matura scelsero però due strade differenti, con il lombardo che continuò in un rinnovamento pittorico paragonabile a quello del Bernini in scultura, mentre il bolognese si riallacciò al classicismo decidendo di dedicarsi allo studio di Raffaello, aggiungendovi però un tocco di modernità senza avere mai la presunzione di superare il maestro.
Il punto di contatto fra il Merisi e Carracci fu la comune presa di distanza dal manierismo, ossia l'imitazione pedissequa di Michelangelo e Raffaello in una ricerca di perfezione che risultava ormai anacronistica.
Per tale motivo il Bellori, che contrappose un artista come Caravaggio al rivale manierista Cavalier d'Arpino, analizzando il periodo transitorio tra Cinque e Seicento scrisse: «In questa lunga agitazione l'arte veniva combattuta da due contrari estremi, l'uno tutto soggetto al naturale, l'altro alla fantasia: gli autori in Roma furono Michel Angelo da Caravaggio e Gioseppe di Arpino».
Aggiunge a proposito di Caravaggio il francese Stendhal nelle sue bellissime pagine di Passeggiate romane: «Costui fu un assassino; ma proprio grazie al suo carattere energico evitò di cadere nella maniera ingenuamente retorica che faceva la gloria del suo contemporaneo Cavalier d'Arpino. Il Caravaggio meditò il progetto di ucciderlo. Egli si guardava bene dall'abbellire i suoi modelli, gente che traeva direttamente dalla strada: aveva in odio ogni sciocco ideale».

Nacque così il Bacco degli Uffizi datato intorno al 1595, in cui vediamo il dio, ebbro di piacere, seduto a tavola con in mano la coppa di vino che sembra quasi non riuscire a tenere in mano, in una ripresa di quel precario equilibrio che è la caratteristica principale anche dell'omonimo soggetto scultoreo michelangiolesco al Bargello. Il giovane Dio poggia su un triclinio secondo un'iconografia classica, coronato da frasche e circondato da una natura morta tanto realistica da apparire viva, tuttavia è coperto da un umile lenzuolo che ne diviene la toga che ne scopre solamente metà del torso. Quello che raffigura il Merisi è dunque un giovanotto di bottega, una scena di atelier capace di coinvolgere lo spettatore; il protagonista sembra infatti porgere il calice a chiunque lo guardi dritto nei suoi occhi velati di malinconia.

Allo stesso periodo appartiene la celeberrima Canestra di frutta della Pinacoteca Ambrosiana che anticipa quello che diverrà un genere autonomo, vale a dire la natura morta. Un'opera come questa stupisce e quasi commuove per l'incredibile realismo con cui è dipinta la frutta, che sembra nata dalla natura più che da un pennello. Uva, mele, fichi e pere sono posti dentro un cesto con dei rami secchi che hanno ancora qualche foglia accartocciata o ripiegata su se stessa. Il significato che cela questo capolavoro è infatti l'inevitabile scorrere del tempo che consuma ogni cosa. La mela è stata bacata da un verme che ha scavato nel profondo contaminando la sua freschezza e a breve anche quella degli altri frutti. La riflessione si potrebbe allora elevare al pensiero della caducità dell'esistenza umana, al suo inesorabile scorrere senza tregua, come se già nel principio vi fosse il presagio della morte, come se tutto fosse già contaminato.

Per la prima volta un canestro di frutta dimesso e spoglio, molto semplice, viene elevato ad assoluto protagonista dell'opera, non solo a quello di accessorio o dettaglio all'interno di una scena più ampia. Il resto del dipinto è costituito esclusivamente da uno sfondo neutro al fine di mettere in risalto il soggetto.
Simile era la poetica del Carracci nella sua produzione pittorica giovanile, con opere della metà degli anni Ottanta del Cinquecento come il Mangiafagioli che sentono e indagano la vita vera, conferendo dignità anche ai soggetti profani considerati più umili.

Le notevoli dimensioni di una tela coeva come la Bottega del macellaio sembra precorrere addirittura gli ideali della corrente pittorica francese del Realismo, di cui Gustave Courbet fu il massimo esponente, che pose l'attenzione al lato umano della vita quotidiana e ai lavoratori più umili, come nel caso anche di Jean-François Millet. L'opera contesta apertamente la concezione di quel Manierismo lezioso che cercava sempre uno stile, un linguaggio pittorico, tanto elegante quanto innaturale. Qui viene invece espressa una realtà umile, ma allo stesso tempo nobile; la macelleria appare come un luogo pulito e ordinato, con la carne distribuita con precisione sul bancone senza essere ammassata. Anche i lavoratori indossano dei panni ben tenuti e compiono i loro gesti con totale dedizione.

In anni non molto distanti i due artisti giunsero sulla scena romana; intorno al 1592 il lombardo Merisi e nel 1595 il bolognese Carracci. Non lontani anche a livello stilistico, Caravaggio vi arrivò però come un ventenne in cerca di fortuna, mentre il Carracci protetto dal cardinale Odoardo Farnese e come pittore già affermato perché portatore dell'esperienza della sua famiglia. Vi arrivò inoltre a seguito di una serie di viaggi di fondamentale importanza come nella Parma di Correggio, nella Venezia di Tiziano, Veronese e Tintoretto, infine a Piacenza, dove all'epoca si poteva ammirare la Madonna Sistina di Raffaello.
Il loro arrivo a Roma coincise con il punto di inizio dell'età barocca in pittura, o meglio, furono proprio i loro capolavori a segnare simbolicamente l'inizio di questa fase così straordinaria, ossia la Galleria Farnese del Carracci e la Cappella Contarelli di Caravaggio nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Siamo dunque intorno al 1600, una data alquanto significativa e cruciale per la storia universale delle arti.

Affrescata nel salone di palazzo Farnese, dove il cardinale Odoardo custodiva una grande collezione di sculture classiche, la volta del Carracci è un'opera unica nel suo genere per complessità e meraviglia, costata anni di immani fatiche al pittore, qui coadiuvato dal fratello Agostino e da un giovane allievo, il Domenichino.
Il principale modello di riferimento dell'opera è chiaramente la volta michelangiolesca della Sistina, in particolare per l'idea di suddividere lo spazio con una finta architettura. Il tema di fondo è quello dell'Amore e delle coppie più celebri della mitologia, con al centro il Trionfo di Bacco e Arianna, in un vero e proprio trionfo di questo sentimento che trova il suo corrispondente iconografico nella Loggia di Psiche della villa Farnesina realizzata da Raffaello e bottega per il ricco banchiere senese Agostino Chigi. Carracci, che raggiunse qui le sue vette espressive per armonia e perfezione anatomica, ispirando generazioni di pittori seicenteschi tra cui Pietro da Cortona nella volta di palazzo Barberini, omaggiò dunque i suoi principali modelli, Michelangelo e Raffaello, che rinascevano nel confronto fra lui e Caravaggio.

Più o meno nello stesso periodo il Merisi era impegnato nelle tre straordinarie tele della cappella Contarelli, dove, grazie alla protezione del cardinal Del Monte, poté ottenere la prima commissione pubblica che gli permise di consacrarsi definitivamente come l'artista più originale sul prestigioso palcoscenico romano. Proprio delle scene teatrali, tipicamente barocche, sono quelle che il ribelle artista decise di raffigurare, in una vitalità che dal drammatico Martirio di San Matteo arriva sino alla Vocazione di San Matteo, dall'altissimo significato morale e spirituale, con il divino che irrompe nel quotidiano donando la luce della speranza che vince le tenebre indicando la via della redenzione.

In queste due opere notiamo bene le differenti strade stilistiche che i due pittori intrapresero a inizio secolo, con l'inquietudine caravaggesca, ancora attenta al reale e narratrice della vita quotidiana, che si contrappone al regno dell'armonia e della bellezza del Trionfo di Bacco Arianna e dell'intera volta. Le opere mature del Carracci saranno infatti caratterizzate dalla ripresa del classicismo e su tutti del Sanzio, allontanandosi dal naturalismo e dal vero. Caravaggio rimase invece sempre fedele alla sua vocazione giovanile, opponendosi all'arte manierista.
Proprio in questa fase, che li vede divisi a seguito delle similitudini giovanili, Caravaggio e Carracci cominciarono ad essere considerati antagonisti, ed è un luogo su tutti, che li vide in confronto diretto, a permetterci di comprendere le loro ormai inconciliabili caratteristiche, ossia la Cappella Cerasi della basilica di Santa Maria del Popolo, come informava un avviso a Roma nel giugno 1601:
«Alli giorni passati si scoperse la non men vaga che bella galleria dell'illustrissimo cardinal Farnese dipinta dal Carracci bolognese, qual è riuscita talmente che l'illustrissimo signor cardinale Aldobrandino ha voluto un quadretto da detto pittore, un Cristo e San Pietro, e gli ha donato una catena d'oro di 200 scudi e una grossa medaglia di Nostro Signore, per esser stata giudicata pittura mirabile. Onde che ora si scorge che Roma fiorisce nella pittura non meno che abbia fatto a tempi addietro: attendendosi ora a finire la Sala del Campidoglio dal cavalier Giuseppe, li dua quadri che fa il Caravaggio per la cappella del già monsignor Ceraseo tesauriero, il quadro principale in essa cappella di detto Carraccio, essendo insomma quei tre quadri di tutta eccellenza e bellezza».

Due tele dunque di Caravaggio e quella principale, che sormonta l'altare, del Carracci, poste in questa cappella la cui decorazione fu commissionata dal ricco tesoriere papale Tiberio Cerasi.
Camminando lungo la navata sinistra della chiesa, questo tesoro del barocco è proprio il traguardo finale, ancor di più è l'Assunzione della Vergine del Carracci posta al centro a dare la sensazione che l'avvicinarsi verso la cappella confluisca in quello slancio vitale verso il cielo, verso Dio. Sebbene nel rispetto della tradizione e in una impostazione classica del tema, Carracci arrivò qui ad un risultato mai raggiunto in precedenza da nessun altro autore, conferendo all'opera l'idea di ascesa improvvisa, repentina, quasi l'evento si compiesse in quell'esatto istante scenografico, a cui si aggiunge il coinvolgimento dello spettatore, elementi fondamentali nell'estetica barocca che si possono comprendere pienamente solo percorrendo la navata.
Alla tela carraccesca si contrappongono quelle del Merisi, i cui gesti agli antipodi sembrano in qualche modo collegati alla raffigurazione di colui che in questo luogo, nonostante la stima reciproca, fu il suo rivale. In Caravaggio, che qui trasse la propria ispirazione dal Michelangelo della Cappella Paolina, non vi è nulla di più terreno, dai piedi sporchi di terra del carnefice nella Crocifissione di Pietro a Paolo che, disteso nella polvere, sembra uscire dai limiti della cornice nella Conversione di Saulo, come a farsi uno di noi in una condizione più che mai umana. Il gesto di Paolo, con le mani alzate verso l'alto, rapito dalla luce divina che lo redime facendolo rinascere a nuova vita, appare così contrapposto e allo stesso tempo correlato all'abbraccio universale della Vergine, da cui sembra propagarsi la luce e il moto che pervade l'intera cappella.

Le parabole finali di questi due grandi artisti si ritrovarono, se non dal punto di vista stilistico, sul piano esistenziale, con Caravaggio che, dopo aver rivoluzionato per sempre la pittura sacra con le sue strepitose pale d'altare, dovette lasciare Roma a causa dell'ennesimo coinvolgimento in una rissa nella quale perse la vita un uomo, morendo in fuga a Porto Ercole nel 1610; Carracci si era spento invece l'anno prima a seguito di un insanabile senso di vuoto che divorò il suo animo sensibile, come ebbe a dire il biografo Giovanni Baglione: «Annibale Carracci, dopo aver finito la bella opera della loggia dei Signori Farnesi, si avvilì e diede in una grandissima malinconia, che poco mancò che nol portasse all'altra vita; poiché dalla magnanimità di quel principe aspettava di esser onorevolmente riconosciuto delle sue fatiche, ma restò egli della sua buona opinione ingannato».
Condannato e incompreso Caravaggio, non ripagato dagli sforzi e deluso dal cardinal Farnese, suo protettore, il Carracci; se nella storia di molti grandi geni del passato il riconoscimento terreno è giunto sempre troppo tardi, è nell'eternità che questi due artisti hanno legato il loro nome, con delle opere che ancora oggi impreziosiscono Roma rendendola la città meravigliosa che possiamo contemplare.

20 gennaio 2022


Note

La foto della Cappella Cerasi è stata scattata durante il mio viaggio a Roma nel febbraio 2019.

Bibliografia

  • Il Barocco - Tomaso Montanari - Einaudi
  • Annibale Carracci - Claudio Strinati - Giunti
  • Caravaggio. La luce e le tenebre - Luca Frigerio - Ancora
  • Arte in primo piano. Manierismo, Barocco, Rococò - Giuseppe Nifosì - Editori Laterza
  • Le Vite de' pittori, scultori e architetti moderni - Giovan Pietro Bellori - Einaudi
  • Passeggiate romane - Stendhal - Editori Laterza